Seconda opera di Miss Veronica Ciccone, al secolo Madonna che, dopo Filth and Wisdom (da noi Sacro e Profano), presentato con discreto consenso nel febbraio 2008 al Festival di Berlino, torna a vestire gli ardui e i visibilmente stretti panni di regista e a presentare la sua ultima fatica, nella sezione Fuori Concorso alla 68° Mostra del Cinema di Venezia, uno degli eventi più attesi e indiscutibilmente più glamour dell’intero Festival.
Il film in questione è Edward e Wallis. Il mio regno per una donna (W.E. in originale), che riprende una delle più grandi storie d’amore del XX secolo e cioè quella fra Re Edoardo VIII d’Inghilterra (interpretato da uno statuario James D’Arcy) e dall’intraprendente americana Wallis Simpson (l’elegante Andrea Riseborough). Il loro amore nato dapprima da sguardi languidi, sospiri e discorsi complici, si concretizza in due iniziali scritte confusamente, col rossetto rosso, su uno specchio. Wallis è una donna bella, raffinata e divorziata (per ben due volte), l’ultimo dei quali è con un uomo pacifico e accomodante, che rappresentava la totale sterilità affettiva ed emotiva che tanto la donna voleva dimenticare e bandire dalla propria esistenza.
È una sfida la loro: alla comune moralità del tempo (siamo nell’Inghilterra degli anni ’30), alla rigidità di una famiglia, quella reale, che mai accettò quella donna così bella, forte, simpatica e chic che aveva alle spalle il peso di due matrimoni che destavano a corte non pochi sgomento. Ma, come si sa, l’ossessione e la caparbietà per un amore irraggiungibile e ostacolato supera ogni insidia, persino quella di rinunciare al trono in favore dell’arcinoto fratello balbuziente Giorgio VI (il Colin Firth de Il discorso del re), che si ritroverà a guidare il paese nei terribili anni della Seconda Guerra Mondiale.
Intrappolata in un infelice matrimonio è la giovane Wally Winthrop (la bravissima Abbie Cornish, protagonista del bel Bright star della regista Jane Campion, dove interpretava la musa del poeta romantico John Keats), giovane e bella newyorkese che frequenta quotidianamente una mostra di cimeli del duca e della duchessa di Windsor, ossessionata dal loro amore da favola o semplicemente, dall’amore vero e profondo tra i due coniugi, lei che è sposata con un dottore sterile di attenzioni e gentilezze nei suoi confronti, tanto da impedirle di coronare il sogno di avere un bambino.
Favola d’amore che, nella sovrapposizione delle due narrazioni parallele, fa rivivere le vite dei due coniugi inglesi alternata a quella di Wally, in modo tedioso e banale, addirittura scena per scena: Wallis si immerge nella vasca, nella scena successiva Wally fa lo stesso, senza contare l’assonanza dei nomi. La ragazza newyorkese, che incarna la donna contemporanea alla ricerca dell’amore vero, vestita elegantemente e malinconica al punto giusto, si configura lei stessa come un pezzo da museo, nella continua riproposizione della dialettica dentro- fuori, indicando nel museo, luogo adibito alla fantasticheria e alla nascita dell’amore (quello con la guardia del museo, ex intellettuale russo che suona il piano), opposto all’esterno come luogo delle tenebre (addirittura entra nel museo che è giorno e ne esce all’ora di chiusura), e spazio vuoto e solitario prima del rientro a casa, dove si consuma la nostalgia e la violenza più bieca.
Favorito dal successo del già citato Il discorso del re di Tom Hooper che fornisce una già precisa collocazione storico- temporale alla pellicola nella coscienza spettatoriale, la favoletta di Madonna non incanta per narrativa (alcuni dialoghi sorpassano il ridicolo più volte, come nel fantastico incontro tra Wally e Wallis davanti alla porta del museo, dove quest’ultima la esorta a vivere la vita e a ricercare la propria felicità, in uno scontro temporale d’indubbia verosimiglianza e gusto), né per stile, troppo plastico e patinato, che in delle sequenze si avvicina prepotentemente ai video musicali, di ottima fattura, ma pur sempre privi di spessore e irrimediabilmente televisivi e glamour.




