Quando riusciremo, anche in Italia, a raccontare delle storie sul calcio con la passione e l’intelligenza che sono utilizzate in Gran Bretagna? E’ questa la domanda principale che viene in mente una volta finito di guardare United, l’ultimo gioiello partorito dalla Bbc.
Anche da noi ci sono grandi storie calcistiche da raccontare (il Verona di Bagnoli, il Grande Torino) e personaggi incredibili (un nome su tutti: Zdenek Zeman), eppure ogni volta che un nostro autore si è avvicinato a questo sport (con l’eccezione della metà sportiva de L’uomo in più) si sono sempre prodotti lavori, nel migliore dei casi, freddi. Siamo lontani anni luce da prodotti come Il Maledetto United di Tom Hooper o come il nostro United.
Questo film tv, presentato come anteprima al RFF, è ispirato ad un triste fatto di cronaca, sconosciuto al grande pubblico italiano ma sinistramente simile alla disgrazia di Superga. Nel febbraio del 1958, il Manchester United guidato da Matt Busby, in quel momento una delle squadre più forti del mondo, stava rientrando in Inghilterra, reduce da una trasferta vittoriosa a Belgrado. Purtroppo nello scalo di Monaco qualcosa va storto e l’aereo precipita facendo decine di morti.
Per la storia di Manchester e del calcio inglese questa tragedia è stata un durissimo colpo Lo United, come il Liverpool e le altre squadre di città industriali, non sono solo dei semplici team calcistici. Sono il simbolo di riscatto di migliaia di persone, di famiglie di operai che dopo giornate difficili riescono a sognare attraverso le giocate ed i goal di alcuni ragazzi in calzoncini. A quei tempi non c’erano contratti milionari né "Cristiani Ronaldi" né escort o amanti. Negli anni ’50 un calciatore guadagnava meno di un carpentiere, non aveva alcuna assicurazione per il futuro visto che si lavorava, se andava bene, fino a trent’anni e poi ti toccava arrangiare. Eppure l’amore per lo sport era enorme da parte di tutti: spettatori, calciatori ed allenatori. Sembrerà retorica da quattro soldi, ma per moltissima gente (non solo uomini e non solo in Inghilterra) la vita ruotava davvero intorno allo stadio. Questo clima “utopico” è splendidamente rappresentato nella prima parte del film, dove, con un lavoro scenografico di ricostruzione che lascia a bocca aperta, ci vengono presentati i giovani eroi dello United, il loro sornione boss Busby (interpretato da Dougray Scott, ex cattivo di Mission Impossible II) e la loro leggenda. Solo marginalmente conosciamo quelli che, successivamente al disastro, diventano i protagonisti della pellicola e della Storia. Da un lato c’è il giovanissimo Bobby Charlton. Prima del mondiale, del pallone d’oro, del titolo di baronetto, Sir Bobby (interpretato da Jack O’Connell) era solo un’acerba promessa che, miracolosamente salvatosi dall’incidente, diventa adulto quando decide di tornare a giocare per i suoi compagni. Dall’altro lato c’è invece il coach Jimmy Murphy (un immenso David Tennant) devoto assistente del boss, che vive solo per gli allenamenti nel fango e nella neve. E’ lui, sempre vissuto all’ombra di Busby, a dover prendere l’intera situazione sulle spalle, litigando con la propria dirigenza e improvvisando una squadra (rovistando tra dilettanti e squadre primavera) pur di salvare lo United nel momento più difficile della sua storia. Entrambi risorgeranno come fenici, non prima però di dover affrontare da sopravvissuti incidentali il lutto che colpisce l’intera città (la scena delle bare nella palestra è straziante) e il ricordo di quei ragazzi giovani e forti strappati all’apice del loro splendore.
Il merito che questa storia ci venga raccontata è della coppia Chris Chibnall – James Strong (rispettivamente sceneggiatore e regista) che ci mettono il cuore e l’attenzione per colpire l’emozioni di tutti, detrattori del calcio compresi. Infine non si può non pensare che è anche grazie all’impegno di gente come Murphy o Charlton, che oggi i Red Devils sono una delle più grandi squadre del mondo.




