Martedì, 27 Settembre 2011 11:22

Blood Story - Recensione

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Remake dell'horror svedese più famoso degli ultimi anni, riprende il tema vampiresco non in chiave sociologica bensì strettamente individuale. E riesce ad intenerire e spaventare senza la solita retorica sull'accettazione della propria natura

Gli Stati Uniti hanno sempre avuto una certa predilezione nel rifare a gusto e consumo prettamente occidentale i film più interessanti del panorama estero. Segno che sono grandi fruitori del cinema internazionale, a differenza di ciò che si potrebbe pensare, e che hanno anche un grande intuito per gli affari della macchina hollywoodiana. Non ha fatto eccezione il piccolo capolavoro svedese Lasciami entrare di Tomas Alfredson, pellicola recentissima (è del 2008) che ha attirato l’attenzione nientemeno che del regista di Cloverfield, Matt Reeves.

La storia si potrebbe inserire in qualche modo nel filone vampiresco, tanto di moda negli ultimi anni. Tuttavia, affermare che si tratti di una vampire story suona piuttosto riduttivo, fuorviante e in qualche modo scorretto – dato che nel film il fattore in questione viene scoperto soltanto a narrazione inoltrata -. Blood Story (in originale più semplicemente ed efficacemente Let me in) non intende infatti esplorare più di tanto il mondo oscuro delle creature della notte e, anche in merito ai soli vampiri, non fornisce alcuna particolare spiegazione del loro mondo. Tutto ciò che vediamo accadere sullo schermo alla giovane e immortale protagonista (una cadaverica ma espressiva Chloë Moretz) è spiegabile solo in base alle nozioni fantasy che il pubblico ha potuto accumulare sull’argomento vampiri, date per scontate nella loro universalità. Nessuna metafora sociologica o comunitaria, questa volta. Solo un’amara parabola di diversità individuale. Una diversità che non ammette negoziazioni o soluzioni di alcun tipo, bensì solo un’apparentemente insormontabile solitudine. L’assenza poi, nei dialoghi, della solita retorica sulla propria natura, sull’impossibilità di resistere agli istinti o sulla necessità di accettarsi o di essere accettati, rende il rapporto tra i due piccoli amici sincero e allo stesso modo complesso, esorcizzando così il rischio dell’ostentazione metafisica sempre e comunque per l’ansia di spiegare e dichiarare qualunque potenziale similitudine.

I temi e la tensione sono quelli del miglior horror cinematografico, ma la cura per i personaggi e i tempi utilizzati appartengono all’ottimo cinema d’autore intimista. L’ambientazione reaganiana avvolge inoltre la storia in una patina lontana che, laddove in Super 8 aveva nostalgicamente intenerito, qui antepone tutto in incubo angosciante, interrogandoci alla fine del film su quale potrebbe essere lo status dei due protagonisti nel nostro presente.

doppioschermo

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