Il cinema francese non smette di regalarci dei piccoli capolavori. Dopo Il ragazzo con la bicicletta dei Dardenne, arriva un’altra pellicola sui bambini dallo stile asciutto ma assai più leggera. Non una commedia, certo. Ma senza dubbio un film di una semplicità e di una tenerezza così lampanti da riempire il cuore. Ovvero Tomboy.
La storia è quella di una ragazzina di 10 anni (la più che perfetta Zoé Héran), appena trasferitasi con la sua famiglia in un nuovo quartiere. A causa della sua costituzione fin troppo gracile e del suo aspetto mascolino, scambiata per un ragazzo da una graziosa coetanea appena conosciuta, decide di presentarsi al nuovo gruppo di amichetti con un nome (ed una identità) maschile. A casa, la situazione sembra quasi idilliaca: il dialogo coi genitori – entrambi adorabili e premurosi - è ottimo, il rapporto con la sorellina ancor più complice. Nulla lascia presagire che possano esistere dei disagi familiari o personali tali da condurre la giovane Laure a voler passare per il virile Mickaël. Ed il bello è proprio questo: il curioso esperimento della ragazzina non è mai filtrato attraverso un occhio giudice, e men che mai la giovane regista Céline Sciamma suggerisce, col suo tocco delicato ed intimo, qualcosa che non sia la mera curiosità di comprendere la propria natura sessuale o la propria identità sociale.
Anche la mamma di Laure, scoperto l’inganno, pur mostrandosi ragionevolmente turbata, confessa il suo punto di vista del tutto pratico e non etico: “Non sono arrabbiata con te perché ti sei fatta passare per un maschio. Ma non so come uscire da questa situazione”, confessa alla figlia. “Tu hai una soluzione?”, conclude con calma, conoscendo già la muta risposta ad una domanda che più che retorica sembra assoluta, sincera.
Ed in effetti non esiste una soluzione perché, in realtà, non esiste un vero problema. Tomboy è un realistico manifesto di sperimentazione identitaria, che non si vergogna di celebrare la ricerca e la curiosità che ciascun adolescente (o pre-adolescente) per natura coltiva nella creazione della propria adultità. E qualunque strumentalizzazione sessuale – o peggio, antisessuale – di questo film sarebbe solo un insulto alla bellezza ed alla potenza del cinema infantile.




