Giovedì, 15 Settembre 2011 00:34

Il debito - Recensione

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Ottimo (e utile) remake di un film israeliano, mantiene la tensione sempre ai massimi livelli giocando sapientemente su due livelli di narrazione. Ma forse il suo vero punto di forza risiede nei suoi tre finali

Una pratica americana a molti indigesta è quella del remake, più o meno immediato, di un buon film “straniero”. Inutile stilare un elenco di esempi, sia nel cinema che nella serialità televisiva. Eppure, in quest’ultimo ambito, almeno un progetto di remake made in USA ha dato vita negli ultimi anni ad un telefilm bellissimo: In Treatment. Ed anche la HBO (che proprio nei giorni scorsi ha presentato a Venezia il suo Mildred Pierce, con Kate Winslet), curiosamente, aveva in quel caso deciso di rifare un ottimo prodotto israeliano. Segno che il fervore culturale del cinema di quel paese non va sottovalutato.

Con Il debito, il regista John Madden (famoso per aver diretto Shakespeare in love e altrettanto famigerato per l’imperdonabile Il mandolino del capitano Corelli) è andato a rifare Ha-Hov (“il debito, per l’appunto), film israeliano del regista Assaf Bernstein, in una pellicola dal sapore britannico ma di produzione americana.

Pur non conoscendo l’originale, il risultato di questa rilettura è decisamente molto alto. Le interpretazioni di Helen Mirren, Jessica Chastain, Sam Worthington e Marton Csokas sono così intense da togliere il fiato, e mantengono la tensione del film sempre ai massimi livelli. La storia intreccia due linee temporali, in un gioco continuo di flashback e realtà, sulla delicata operazione di tre agenti del Mossad alle prese con il temibile Chirurgo di Birkenau, criminale nazista.

Uno degli elementi più affascinanti e complessi di tutto il film, però, è la presenza di ben tre finali. Il primo, mostrato quasi subito, è quello del racconto presente nel libro biografico scritto dalla figlia di Rachel, dedicato alla torbida vicenda in cui era stata coinvolta la madre più di trent’anni prima in qualità di agente segreto: le pagine in questione vengono lette dalla Rachel adulta ma vengono interpretate sotto gli occhi dello spettatore dalla sua controparte giovane. Il secondo finale è quello che l’episodio del passato ha realmente avuto, identico al primo fino ad un certo punto ma spaventosamente distante negli ultimi minuti. Il terzo, quello vero e proprio, è invece la conclusione effettiva della storia narrata, consumata nel presente (per noi comunque passato, essendo il 1997), inevitabile ma non definitivo, che chiude ogni tensione ma ci lascia su una lenta agonia.

A conti fatti, un film sorprendente e ben calibrato. Se questo fosse l’esito di ogni operazione di remake, il “ri-cinema” sarebbe decisamente una risorsa piuttosto che un’eterna, molesta scommessa.

doppioschermo

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