Joe Cooper è un poliziotto ineccepibile, ma è anche un killer efficiente. Chris Smith è uno spacciatore nei guai: non sa come ripagare un debito di 6mila dollari che deve al boss locale, e per cui rischia di passare a miglior vita. Viene però a sapere che la sua snaturata madre ha un’assicurazione sulla vita che gli frutterebbe ben 50mila dollari, proprio la cifra necessaria per salvarsi la pelle e continuare a vivere insieme alla sorella Dottie in maniera accettabile. Decide così di assoldare killer Joe per togliersi dai guai, senza però calcolare di dover fare i conti con le ovvie conseguenze.
Noir tratto dalla pièce teatrale firmata da Tracy Letts, Killer Joe dimostra ancora una volta l’assurda e geniale stravaganza del regista di Vivere e morire a Los Angeles, William Friedkin.
Con quella sua speciale capacità di far muovere gli attori come solo un bravo direttore d’orchestra sa fare, Friedkin non solo li fa recitare il più delle volte in uno spazio ristretto quasi asfissiante, ma riesce a caricare la loro performance di un’aura imponente plasmandone la fisicità.
È il caso appunto di killer Joe, un Matthew McConaughey alla sua vera prova d’attore come mai prima: interpreta infatti un ruolo anomalo, quello del killer psicopatico, che Friedkin è stato capace di cucirgli addosso in maniera magistrale.
È “killer Friedkin” in realtà a tessere le fila di tutta la tragedia umana che si consuma nel camper della famiglia Smith. Ed è nei momenti più amari che il dramma assume una sfumatura ironica, e l’humor nero regala allo spettatore delle scene esilaranti su cui è effettivamente meglio farsi scappare una sonora risata piuttosto che un sommesso disappunto.
Amaro come può essere la vita e ambiguo come solo il comportamento umano può diventarlo, Killer Joe è in realtà un lungometraggio rappresentativo della natura umana e dell’umana condizione, ma è anche una storia d’amore in cui una moderna Cenerentola incontra il suo principe azzurro con la pistola e un certo gusto nel commettere omicidi.




