Ha potuto godere di una vetrina molto prestigiosa, l’esordio cinematografico di Gianni Pacinotti, in arte Gipi. Nientemeno che la 68° Mostra del cinema di Venezia, dove il suo L’ultimo terrestre è tra i film in concorso. Molte le aspettative riguardo questa incursione del fumettista pisano nella settima arte. Tuttavia, non si può nascondere un pizzico di perplessità nel valutare un lavoro così originale e bizzarro.
L’intera pellicola si basa su una storia dal sapore del tutto quotidiano, con venature grottesche ed un protagonista già “alieno” di suo (verrebbe da pensare ad un lieve autismo o alla sindrome di Asperger), interpretato da un perfetto Gabriele Spinelli. L’elemento fantascientifico è puramente pretestuoso, quasi un sottotesto onirico, che poco influenza i meccanismi umani intrecciati dallo schivo Luca con le persone che lo circondano. A differenza di ciò che si potrebbe supporre, il film non narra le reazioni della gente comune alla notizie dell’arrivo degli extraterrestri. Il fattore attesa c’è, e di sicuro fa da filo conduttore ai pensieri dei personaggi, ma non siamo di fronte ad un mockumentary sull’isteria di massa o su una sotterranea colonizzazione galattica. L’ultimo terrestre è un film piccolo fatto da un autore grande.
Un esperimento genuino, con una sua coerenza ed anche qualche simpatica ingenuità funzionale al racconto. Fa quasi sorridere per la sua semplicità allegorica la scelta di dare agli alieni le sembianze mutuate dalla fantascienza classica, con crani enormi ed occhioni neri e vitrei. E quasi per lo stesso motivo, fa tenerezza vedere un bucolico Roberto Herlitzka insegnare alla sua nuova compagna cosmica come si piantano i pomodori. L’impressione, però, è che al pretesto fantascientifico scelto, si sia applicato un racconto (quello del sociopatico Luca) che forse avrebbe meritato un contesto del tutto realistico, perché di per sé già narrativamente autonomo ed interessante.
Così, invece, l’effetto di straniamento – decisamente cercato e voluto – non riesce ad infondere alla pellicola quel trasporto emotivo che si spererebbe all’inizio della visione, rendendo il tutto uno sfizioso delirio surreale in salsa fantastica. Indubbi, ad ogni modo, sia l’impegno che la buona fede di Gipi nel cimentarsi con la macchina da presa, nonché nell’omaggiare il graphic novel cui il film si ispira, Nessuno mi farà del male di Giacomo Monti. Resta ora però la curiosità di recuperare il libro e assaporare le atmosfere dell’opera originale.




