Terraferma - Recensione

C’è tutto il Crialese che ti aspetti in questo film. Il fascino di un cinema che sembra fatto della materia dei sogni, cura maniacale degli attori. Eppure stavolta manca qualcosa, o forse c’è qualcosa di troppo.

Esistono due leggi sull’isola, quella del mare e quella degli uomini. Ernesto, che ha vissuto per settant’anni di pesca e sole, conosce e rispetta la prima. Una legge antica, che si tramanda da generazioni nella semplicità del dialetto siciliano: “Io cristiani a mare unn’aiu lassati mai. Suo figlio Nino ha conosciuto un mare ormai inaridito, buono solo per i turisti del Nord. Per questo rispetta la legge degli uomini, prima di quella dei suoi padri. L’arrivo sull’isola di Sara, reduce da una spaventosa traversata su un barcone di migranti, renderà ancora più dolorosa l’incapacità di coniugare quelle due leggi.

Emanuele Crialese è un grande regista e dai grandi registi si pretende molto. Con le immagini sospese di Respiro aveva stupito mezza Europa e un pezzo di America. Il Leone d’Argento per il successivo Nuovomondo aveva dimostrato che non si era trattato di un fuoco di paglia, ma di uno di quei nomi di cui il cinema italiano può esser fiero.

Inevitabile che su questo film pesassero molte aspettative, difficile dire se siano state rispettate. C’è tutto il Crialese che ti aspetti in Terraferma. Il fascino di un cinema che sembra fatto della materia dei sogni, una regia mai banale e sempre composta, la cura maniacale degli attori (incluso l’immancabile lampedusano Filippo Pupillo), capace di far uscire il meglio da ognuno di loro.

Eppure stavolta manca qualcosa, o forse c’è qualcosa di troppo. Perché l’esplicita denuncia sociale sulle assurde leggi italiane che regolano l’immigrazione clandestina, obbligando i pescatori a non soccorrere uomini in mare per non rischiare problemi, stride con il cinema puro di Crialese. Un cinema fatto di immagini sognanti, forse sognate, che perdono qualcosa della loro onestà raccontando di un manicheismo tra pescatori (tutti buoni) e uomini delle forze dell’ordine (tutti cattivi). Resta la bellezza di un’opera capace di raccontare con gli occhi, prima ancora che con le parole. Una dote rara nell’Italia degli ultimi vent’anni, che merita comunque di essere premiata.

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