Domenica, 04 Settembre 2011 00:15

A Dangerous Method - Recensione

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Cronenberg continua il suo viaggio nei meandri della psiche umana, confezionando un’opera elegante, interessante e visivamente perfetta.

Cronenberg continua il suo viaggio nei meandri della psiche umana, confezionando un’opera elegante, interessante e visivamente perfetta.

Questa volta siamo in Europa nei primi anni del Novecento, alla vigilia del primo conflitto mondiale. Con A Dangerous Method, terzo film in gara per il Leone d’Oro, il regista punta il suo sguardo sul rapporto turbolento dei due padri della psicanalisi Sigmund Freud (un eccellente Viggo Montersen) e il suo allievo Carl Jung (Michael Fassbender).

Tratto dal testo teatrale "The Talking Cure"di Christopher Hampton e ispirato al libro "A Most Dangerous Method" di John Kerr, il film offre a Cronenberg un’altra occasione per continuare a giocare con le creature psichiche e fisiche che abitano l’essere umano. Ma se la psiche è il luogo simbolico in cui questa esplorazione dell’interiorità ha inizio, Vienna e Zurigo sono i luoghi geografici dove si sviluppa un racconto oscuro che cambierà per sempre le sorti del pensiero moderno. Il Professor Freud elabora un concetto fino ad allora inedito, l’inconscio. L’identità umana è stratificata (SuperIo, Io, Es) ed è l’inconscio a regolare il pensiero, gli impulsi e le relazioni con l’altro. L’istinto sessuale e quel substrato della coscienza tanto caro allo scienziato austriaco, sono la base fondamentale su cui si fondano tutti i processi di interpretazione della mente umana. I sogni vengono considerati l’espressione pura e simbolica di quella parte irrazionale dell’io; attraverso di essi Freud e Jung indagano sulle origini profonde dei disturbi e dei comportamenti.

Carl Jung seguendo la scia del suo mentore estende il concetto di inconscio al mondo intero: da individuale si fa collettivo, trovando la propria autorealizzazione negli archetipi. L’attrito tra i due studiosi, però, non è puramente intellettuale: fu una donna ad interporsi tra loro, la tormentata Sabina Spielrein (divenuta psicanalista anche lei, una delle prime donne a esercitare questa professione), , una fascinosa russa di discendenza ebrea, romantica e nevrotica, interpretata da una  Keira Knightley decisamente sopra le righe.

A rendere i rapporti più tesi tra i due luminari è un paziente irrecuperabile, Otto Gross (Vincent Cassel), accelerando la rottura inevitabile tra i due psicanalisti. Pare che fu proprio il padre di Gross, Hans, penalista e criminologo della monarchia asburgica,  a convincere Jung a diagnosticare al figlio la demenza precoce, per evitare che la condotta dissoluta del figlio compromettesse la reputazione della famiglia. Ma l’aspetto del film più interessante resta l’amore sofferto e clandestino tra Sabina e Jung, un amore che trae forza dalla gratitudine e ricuce un’identità in frantumi. Freud è testimone di una relazione di passione e tormento, pur non approvando il comportamento etico del collega accetterà di aiutare Sabina nel suo percorso di studi psicoanalitici.

Cronenberg pone l’accento sull’interscambiabilità tra il paziente e il medico; quest’ultimo attinge nel pozzo nero delle nevrosi del primo per guarire dalle proprie e il medico, d’altro canto, si sottopone ad un’attenta analisi che forse lo conduce alla libertà di essere semplicemente quello che è, senza freni inibitori, (come avrebbe detto Freud) o di diventare l’ideale di se stesso (come suggerisce Jung). Forse la realtà complessa e labirintica della mente non può essere racchiusa in una sola di queste teorie, ma di sicuro Freund e Jung sono stati i padri di una scienza in cui ogni tesi può essere confutata.

doppioschermo

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