Venerdì, 16 Dicembre 2011 10:44

Le Idi di Marzo - Recensione

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Tratto da Ferragut North di Beau Willimon, il film è un ulteriore tassello nell'analisi della società americana che Clooney regista porta avanti dai tempi di Confessioni di una mente pericolosa

La Democrazia è un concetto che, ultimamente, con la crisi economica globale, è tornato al centro di diversi dibattiti, specie nel nostro paese con la situazione politica che si ritrova. Dal canto suo la star George Clooney ha cercato, con la sua quarta pellicola da regista, di portare uno contributo ulteriore a questo dibattito. L’attore infatti continua, con Le idi di marzo, il suo excursus nella storia e nella società americana dopo l’interessante Confessioni di una mente pericolosa (che vantava una sceneggiatura di Charlie Kaufman e una sublime performance di Sam Rockwell) e il rigoroso Good Night, and Good Luck (il miglior film sul maccartismo che si sia mai fatto).

Il film è tratto da Ferragut North (nome di una zona di Washington dove hanno sede le società di consulenza) di Beau Willimon, una testo teatrale che, raccontando una campagna elettorale, si imponeva di analizzare i meccanismi su cui si basa il sistema statunitense, ovvero la democrazia per eccellenza. La vicenda è, dunque, ambientata durante le primarie del Partito Democratico del 2008. Gli Stati uniti, appena usciti dagli otto anni drammatici dell’era Bush, stanno per entrare in un periodo buio, dominato dalla paura e dal rischio del default economico. Il partito repubblicano è allo sbando, per questo le primarie democratiche hanno un’importanza particolare visto che, presumibilmente, eleggeranno il futuro presidente. In questa competizione sta dominando nei sondaggi Mike Morris (lo stesso George Clooney) governatore della Pennsylvania. Affascinante, decisamente liberal, dalla battuta sempre pronta e dalle idee innovative, ricalcato palesemente su Barack Obama (i cartelli elettorali ne sono un chiaro riferimento), Morris una volta eletto potrebbe rappresentare una vera svolta per gli Usa. La pellicola però non intende seguire la vita di questo candidato-guru ma piuttosto quella degli uomini che lavorano dietro le quinte, i veri artefici del successo. Focalizzandosi sui cosiddetti uomini-ombra Le idi di marzo, oltre a dare uno sguardo inedito sul mondo politico statunitense (da un certo senso, continuando sulla strada già percorsa dalla serie tv West Wing di Aaron Sorkin), riesce veramente a raggiungere il suo obiettivo.

Parafrasando Shakespeare, al cui lo splendido titolo del film si ispira, “c’è del marcio nel partito democratico”, e Clooney, attore di chiare simpatie progressiste, non si tira indietro dal gridarlo ad alta voce, attaccando da sinistra, prima il suo partito, per  poi passare all’intero sistema. Questa critica avviene, seguendo l’educazione “amorale” del suo protagonista, l’addetto stampa Stephen Meyers (Ryan Gosling) che capirà presto di dover mettere da parte il suo idealismo e i suoi valori per sopravvivere in un mondo vige la legge della giungla. La sua “conversione al male” è una delle più incisive che si siano viste negli ultimi anni, paragonabile solo quella del giovane Malik ne Il profeta di Audiard, e viene resa in modo magistrale dal suo interprete.

Clooney, come molti altri interpreti-registi, ha, infatti, nella direzione degli attori il suo punto di forza. Come già aveva fatto con David Strathairn in Good Night, and Good Luck, permette al suo protagonista di essere a suo agio e regalare una performance maiuscola. Qui ha anche la fortuna di avere davanti la macchina da presa un incredibile Ryan Gosling. Con i suoi silenzi e i suoi sguardi l’attore canadese dimostra ancora, dopo Drive e Blu Valentine, di essere un interprete di razza imponendosi in ogni scena e annichilendo il resto dell’ottimo cast. Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti, Marisa Tomei e Jeffrey Wright (tutti bravissimi e perfetti nei loro ruoli) non possono fare a meno che limitarsi ad essere dei comprimari e indietreggiare di fronte la bravura e il carisma di Gosling.

L’unico difetto, se cosi si può considerare, del film potrebbe essere quello che, ad un certo punto, non si sia calcato la mano, forse non volendo cadere in un qualunquismo tanto cinico quanto esagerato. Certo vedere colpire ancora più violentemente il mondo dei politici avrebbe fatto piacere ma l’ultima scena, con una vestizione, degna di quella di Darth Vader nel La vendetta dei Sith, compensa di tutti gli attacchi che non si è voluti fare. Soprattutto con un’ultima inquadratura che è fa più male del peggior pugno nello stomaco.

doppioschermo

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