Nella versione del 1959 di John Broome (che si ispira al personaggio originale disegnato da Bill Finger nel 1940) la Lanterna Verde Hal Jordan (Ryan Reynolds) delude i fan che aspettavano con ansia la sua trasposizione cinematografica: nonostante la storia sia piuttosto rispettosa del fumetto targato DC Comics, il regista Martin Campbell abbandona lo scenario epico e si lascia sfuggire di mano la componente comica, troppo marcata ed invadente soprattutto a causa del protagonista, sempre piacione e sopra le righe, che ridicolizza qualsiasi momento eroico e banalizza le scene in cui ci si sarebbe aspettato un minimo di pathos.
La pellicola si apre con un riassunto fin troppo esplicativo della formazione del corpo delle lanterne verdi, chiamato a proteggere l’universo grazie all’energia della forza di volontà che permette ai suoi membri di creare costrutti di energia dettati dalla propria immaginazione. Un giorno il redivivo Parallax, che ha imprigionato il potere della paura, riesce a liberarsi e a uccidere il guardiano Abin Sur che, in fin di vita, approda sulla Terra e sceglie il suo successore: si tratta del pilota Hal Jordan, che da “apprendista lanterna” si troverà faccia a faccia con le proprie paure più profonde.
Anche se la trama presenta tutti gli elementi tipici del fumetto (dalla morte del padre al rapporto con l’amico invidioso che si trasformerà nel nemico da cui difendersi, passando per la storia d’amore da manuale con la figlia del capo), Lanterna Verde esce decisamente con le ossa rotte dopo il confronto con gli altri supereroi. La pellicola è noiosa e banale e la trama sconclusionata si snoda rapidamente tra un luogo comune e un dialogo surreale; le scene d’azione si contano sulle dita di una mano e l’utilizzo del 3D, come spesso accade in questi casi, appare completamente superfluo e non aggiunge profondità alle scene.
Il cast della pellicola appare decisamente sotto tono: il folle Hector Hemmond, interpretato da uno scialbo Peter Saarsgard, è uno dei peggiori “cattivi” mai apparsi sul grande schermo, mentre le comparsate di Tim Robbins e di Angela Bassett - nei panni del senatore Hemmond e della scienziata Amanda Waller – fanno rabbrividire per la banalità dei loro personaggi. Assolutamente monocorde e inespressiva la Gossip Girl Blake Lively, probabilmente non particolarmente ispirata e relegata al ruolo della donzella in pericolo Carol Ferris, degna partner di un Ryan Reynolds che – addominali a parte – ha ben poco da mostrare: dialoghi banali, espressività zero, verve inesistente.




