Remake dell'omonimo film del 1972 interpretato dall'archetipico e indimenticabile Charles Bronson, Professione Assassinio prosegue per la strada del perfezionamento tecnico di un genere destinato al successo proponendo una codificazione di tecniche stilistiche che si adatta alle esigenze di un mercato diverso però da quello del 1972.
Arthur Bishop è un assassino di professione, inafferrabile e gelido calcolatore le cui imprese non rischiano mai di essere sovvertite da un proprio cedimento morale o sentimentale. La sua condizione di fredda macchina per uccidere, dettata tutta dalle esigenze professionali, a cui appare irreprensibilmente devoto, sembra essere messa in discussione quando gli viene commissionato l'assassinio del suo mentore, Harry McKenna (Donald Sutherland). A peggiorare la situazione sarà la sua relazione con il figlio dello stesso, Steve (Ben Foster), che, ignaro delle responsabilità di Bishop e assetato di vendetta, chiede a quest'ultimo di esser addestrato per intraprendere con lui la carriera di assassino.
L'imperturbabilità “meccanica” del protagonista è perfettamente resa dall'interprete, Jason Statham, che non si può dire abbondi per quantità nelle espressioni facciali; ma probabilmente la sua resa monotona sulla scena è legata alla sceneggiatura, che ne delinea un profilo psicologico malriuscito al quale Statham si approccia con difficoltà. I meriti della penna di Richard Wenk e della macchina da presa di Simon West (Con air, La figlia del generale, Lara Croft: Tomb Raider), che lavorano rispettivamente sulle originali fatiche di Lewis John Carlino e Michael Winner, stanno nell'aver confezionato un prodotto filmico in cui lo sviluppo narrativo procede all'ordine del secondo, con un sagace dosaggio di sequenze di spettacolari, inverosimili pestaggi e omicidi della più fortunata recente tradizione hollywoodiana e sequenze di necessario svolgimento discorsivo della storia, che tenta costantemente di risultare cristallina agli occhi dello spettatore. Tutto si consuma in un'ora e mezza in cui l'assassinio si attesta come l'unico ed esclusivo perno della narrazione. Di una certosina patinatura, che procede nella direzione spettacolare, risente una sceneggiatura perlomeno sbrigativa nel fornire le motivazioni che stanno dietro alle logiche comportamentali dei personaggi. Questa disfunzionalità rischia così di limitare il bacino d'utenza finale del film. Accennato e poi sfruttato nelle sequenze cruciali del film, forse come unico espediente veramente narrativo, è l'interrogativo sulla possibilità di rintracciare un indizio di comportamento anche solo lontanamente morale nelle azioni di Statham. Un interrogativo che potrebbe rimanere aperto, ma che viene risolto piuttosto superficialmente nel finale, per dare spazio a colpi di scena (veri e non) dell'ultimo minuto che assicurano il prodotto finale definitivamente ancorato a un preciso destinatario preferenziale.




