- Scritto da Giulia Valsecchi
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Balkan Bazar - Recensione
Non è certo per caso che avvengono le contrattazioni, né tantomeno gli scambi di favori tra un governo e l’altro. E sono senza freni gli avanzamenti degli eserciti come le guerre per lembi di patrie contese, i giorni della vittoria contro quelli della disfatta. Perché la matassa delle nazioni è sempre più intricata, soprattutto se a confondere le acque si intromettono i conflitti all’apparenza più deboli o le richieste più ovvie.
Se invece, per errore, una bara finisce in un paese che vive anche di loschi affari sulle esumazioni dei cadaveri, l’inganno si moltiplica come un passaparola inarrestabile e tragicomico. È quel che succede a Jolie (Catherine Wilkening), un’avvenente francese che, dopo aver divorziato dal marito italiano, trascina con sé la figlia Orsola (Veronica Gentili) in un viaggio all’ignara scoperta di due bandiere. Il motore forse più superficiale della loro partenza è il recupero delle spoglie del padre di Jolie finite nel sud dell’Albania, mentre l’umore più autentico si gioca attorno a interessi clandestini, pretese e rivendicazioni persino mitologiche nello scontro mai morto tra greci e albanesi.
Un conflitto arcaico, quello raccontato in Balkan Bazar, qui spuntato delle sue radici più criminali e violente nella scelta precisa del regista Edmond Budina - già premiato per Lettere al vento - di far convivere sullo stesso ring più situazioni assurde e grottesche accanto a campi lunghi, immagini di bare che volano e colori stemperati che hanno tutta l’intenzione di sospendere il realismo di patria attraversando da vicino sogni e pulsioni riottose. Irrompe quindi visibilmente un teatro simbolico di maschere mescolate alle ragioni storiche di ruoli mal definiti e prevaricazioni tipiche dei popoli di confine. La figura più potente in tal senso è interpretata dallo stesso Budina, autore anche di soggetto e sceneggiatura. Nei panni di un prete ortodosso riesce a tracciare non solo le ombre e incoerenze di un culto, ma ad addentrarsi nelle vite misere degli abitanti che lo circondano fingendo onestà come il più mediterraneo e luciferino Tartufo.
Colorito e tradizionale, poi, il ritratto di un paese in rivolta per i cadaveri riesumati dei propri antenati, la sua accoglienza sinistra in cui Jolie e Orsola sembrano aggirarsi senza altra scelta che di lasciarsi irrimediabilmente attrarre con la complicità di un giornalista televisivo (Visar Vishka) e un cameraman credulone e superstizioso (Erand Sojli). Si colgono inoltre piuttosto confusamente certi scambi sul possesso e le nature delle pretese in cui emergono poco le diverse figure di contorno fagocitate da dialoghi veloci e musiche mosse.
Più forte invece il richiamo del titolo a una danza e insieme un mercato dove gli equivoci e il passato rovente tra Grecia e Albania finiscono nella zuffa di tresche amorose. Tra le righe si svela così l’inutilità della sete di denaro, meglio sostituita da un istinto corale che rende simili. Un ritratto, giustamente, divertito, ma che dovrebbe forse cedere meno al gusto onirico-popolare e irrobustirsi nell’intreccio tra storie private e nazionali.
Giulia Valsecchi
Giulia Valsecchi è nata a Bergamo nel 1979, ma da anni vive stabilmente a Milano. Nel 2004 si laurea in Lettere Moderne e nel 2007 consegue il diploma triennale di scrittura drammaturgica presso la Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano. Attualmente collabora con alcune case editrici in veste di redattrice freelance e scrive recensioni culturali e di viaggio per testate on web e cartacee. Gestisce inoltre Todo sobre teatro, blog tematico all’interno del portale Hotmag. Non ama i gialli, né la fantascienza o i western, ma predilige storie di pellicola ben raccontate a metà tra tragedia e commedia. Considera a proposito Jane Campion e Pedro Almodóvar due maestri necessari. Nel 2010 è uscito il suo primo libro, Istanbul. Dalla finestra di Pamuk, una guida letteraria e tascabile per le Edizioni Unicopli.