Una voce narrante suggerisce subito, in un romanesco di borgata, quali simbologie possono essere associate al numero cinque. Cinque come i sensi dell’uomo. Come il numero della saggezza (legittima o proibita). Come il pentagono in geometria, rappresentato dalla stella a cinque punte. Come le dita della mano. Infine, come i membri del gruppo di questo film. Ma cinque, ahimè, può essere anche il voto di un compito in classe riuscito a metà e che quindi non raggiunge la sufficienza.
La pellicola, opera prima e indipendente di Francesco Maria Dominedò, in realtà è un’operazione interessante. La debolezza della sceneggiatura, dovuta ai tempi ristretti con cui è stata partorita, è in qualche modo bilanciata da una regia fresca e dinamica, che molto – in realtà troppo – deve al film ed alla serie del quotatissimo Romanzo Criminale, vero fenomeno gangster tutto italiano degli ultimi anni. Anche la scelta degli attori è particolarmente indovinata. Qualunque perplessità dovuta alla presenza di Matteo Branciamore, reduce dal successo del telefilm tormentone I Cesaroni, sparisce dopo i primi minuti del film: il giovane attore fornisce una prova molto buona, dimostrando di sapersi adattare a nuovi ruoli ed affrancandosi così in parte dalla figura pulita e piaciona del suo personaggio televisivo.
Al di là però della buona fede di questa produzione, di certo apprezzabile per essere stata girata con un budget alquanto ridotto, è difficile perdonare l’ingenuità di scrittura che permea l’intera trama. Per quanto prenda l’ispirazione da un fatto realmente accaduto, Dominedò opta per un tributo citazionista piuttosto che per una ricostruzione biografica. Il risultato è un esperimento curioso e a tratti paradossale, in cui gli stereotipi del poliziottesco anni 70 - riferimento dichiarato del regista - e di altri cult del passato vengono ripresi ed esasperati, suggerendo una discontinuità stilistica evidente. Lo scarto fra i personaggi principali – stereotipati ma in fondo realistici – e quelli minori (nemici compresi), che invece appaiono come inverosimili macchiette prese dai peggiori fumetti pulp degli anni 80 e 90, è talmente ampio da creare uno straniamento inevitabile nello spettatore e da togliere credibilità alle premesse imbastite nella prima parte del film.
Per quanto considerabile come un tributo cinefilo nostalgico ed italianissimo, Cinque non ha il taglio d’autore del suo “modello criminale” e, come divertissement di genere, non va fino in fondo come crede. Nonostante questo, merita di sicuro una visione. Almeno per rendersi conto che anche in Italia è possibile produrre dei film indipendenti discreti a basso costo senza per forza dipendere dagli imperscrutabili meccanismi dei finanziamenti pubblici.




