Lunedì, 20 Giugno 2011 17:06

Dreamland - La terra dei sogni - Recensione

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Un prodotto che si fatica persino a definire "film" e che aiuta a riflettere sull’imperscrutabilità delle logiche commerciali legate a produzioni cinematografiche dal valore più che dubbio



Non c’è gara, ammettiamolo pure: il titolo di scult assoluto dell’anno è assegnato fin d’ora a questo Dreamland – La terra dei sogni, di Sandro Ravagnani.


Il film, che pare addirittura essere la prima parte di una inimmaginabile trilogia, dovrebbe raccontare la storia di un teppistello iperpalestrato che, sotto la guida di un mentore, decide di dare una svolta alla propria vita e di abbandonare la violenza, non prima di aver posto fine ad una guerra tra gang rivali. Il “dovrebbe” è d’obbligo, dato che la sceneggiatura di questa operazione è talmente arraffazzonata e piena di buchi da non permettere in realtà alcun percorso narrativo coerente.


La performance media degli attori è talmente imbarazzante da far rimpiangere una qualsiasi recita scolastica e da rendere totalmente fuori luogo la partecipazione del bravo e sottostimato Tony Sperandeo. Il protagonista Ivano De Cristofaro, inspiegabile star del film, è in realtà un culturista che spera di sfondare nel cinema, quindi pressochè estraneo al mondo della recitazione (come è facile a intuirsi). L’intera pellicola – cucitagli addosso con scarsa perizia – dà l’impressione di essere solo un lungo spot pubblicitario del suo corpo marmoreo, con almeno 20 minuti di scene che mostrano i suoi “duri” allenamenti in palestra. E la storia (malamente) raccontata si comporta come la trama superflua e posticcia di una televendita, che smette di avere qualsivoglia funzione dopo che sono stati illustrati prezzo e vantaggi della merce in oggetto. Inutile poi soffermarsi su discorsi tecnici come regia, montaggio, fotografia o dialoghi: sarebbe quasi ingiusto stilare una classifica in negativo tra questi o altri elementi prettamente filmici, dato che tutti essi meritano un unico, disarmante ex aequo fatale. Per non parlare della colonna sonora, che in quanto a collocazione e qualità dei brani musicali susciterebbe un fondato sospetto di autosabotaggio in qualunque spettatore medio.


Forse il culmine è però raggiunto dalla sequenza in cui l’ex pugile intepretato da Franco Columbu “ricorda” i suoi trascorsi da culturista con un giovane Arnold Schwarzenegger in un video chiaramente d’archivio (e di qualità a dir poco artigianale), incollato nel montaggio senza alcuna ragione prettamente narrativa.


In definitiva, un prodotto che dispiace persino definire “film”. E che fa inevitabilmente riflettere sull’imperscrutabilità delle logiche commerciali legate a produzioni cinematografiche dal valore e dalla necessità più che dubbi.



doppioschermo

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