Martedì, 14 Giugno 2011 18:07

Venere nera - Recensione

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La vera storia di Saartjie Baartman diventa allegoria cinematografica di "tutte le forme di oppressione ancora praticate". Un film importante ed intenso, ma dai tempi a volte troppo lunghi

Dopo il successo di Cous Cous, il regista tunisino Abdellatif Kechiche torna in sala con un film ispirato alla vera storia di Saartjie Baartman, che nei primi anni dell’800 fu nota soprattutto in Gran Bretagna e Francia come la Venere Ottentotta. La biografia mostra la “carriera” di questa ragazza africana che passò praticamente la sua vita in cattività: all’inizio viene esibita come fenomeno da baraccone in un freak show, in seguito passa addirittura ad animare spettacoli privati dei più insospettabili ambienti nobiliari, poi viene quasi costretta a darsi alla prostituzione e per concludere, una volta morta per un’infezione trascurata, il suo cadavere viene venduto a degli insistenti scienziati per creare un calco e studiare l’anatomia boscimana.

Lo spettacolo di cui Saartjie è protagonista nella prima metà del film viene anche reso oggetto di polemiche da parte degli spettatori, convinti che la povera donna sia in realtà una schiava costretta al pubblico ludibrio e non invece – come sostiene il suo “padrone” – un’artista consapevole e libera che ha deciso di prendere parte ad un gioco delle parti. Le critiche di razzismo rivolte a queste esibizioni portano anche i personaggi in tribunale, dove le accuse cadranno e verrà rivendicato il diritto alla rappresentazione di continuare nonostante il suo pessimo gusto. Ma come ha rivelato lo stesso Kechiche sulla protagonista, “il fatto che desse spettacolo di sua volontà non toglie niente alla potenza del simbolo di sottomissione del popolo nero che lei rappresenta. Forse gliene dà addirittura di più. Perché la violenza morale inflitta a Saartjie è più intollerabile di qualsiasi atto di brutalità fisica. Ma anche perché restituendo la sua complessità alla sua sottomissione, che prima di tutto deve essere stata mora, la si collega a tutte le forme di oppressione ancora praticate”. Una storia vera ma dalla valenza allegorica, dunque, per questo film di ben 2 ore e mezza (e la versione italiana è anche stata accorciata di 9 minuti rispetto alla versione presentata l'anno scorso a Venezia).

Venere Nera ha senz’altro dei tempi troppo lunghi che, per quanto non disperdano l’intensità della pellicola, a volte suggeriscono un’insistenza forse eccessiva nella rappresentazione drammatica che mira a restituire. La regia, però, con i suoi primi piani sulla bravissima ed immensa Yahima Torrès ed il suo stile asciutto, crea una giusta sensazione di disagio e disturbo di fronte a questa continua umiliazione antiumanitaria e razzista.

doppioschermo

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