Sembra che gli ospedali psichiatrici siano tornati di moda in sala, ultimamente. Dopo l’orrorifico The Ward di John Carpenter ed il libidinoso Sucker Punch di Zack Snyder, anche i misteriosi Vicious Brothers hanno scelto come ambientazione del loro esordio cinematografico un istituto correttivo ormai abbandonato, in cui un tempo i malati di mente venivano trattati come bestie e spesso resi oggetto di nefandezze mediche indicibili.
Figlio illegittimo di Paranormal Activity (che sarebbe stato il titolo ideale del film, dato che la troupe dell’immaginario reality si occupa proprio di monitorare “attività paranormali”), in realtà ESP – fenomeni paranormali sembra rifarsi direttamente al cult che più ha rilanciato questo filone negli ultimi 12 anni: The blair witch project. Più precisamente, la pellicola riprende le suggestioni più inquietanti del lavoro di Oren Peli (videocamere a infrarossi con timer che scorre in basso, spostamenti di oggetti passati inosservati durante le riprese) e le inserisce in un contesto notturno e labirintico che ricorda moltissimo gli ultimi tesissimi 15 minuti del film sulla strega del Maryland, con le sue corse nel bosco e l’angosciante sequenza conclusiva delle scale nella casetta di campagna - citata simbolicamente in una scena da cardiopalma -. Innegabilmente qui la scelta è stata di instaurare un climax di esplicitezza visiva, di modo che la componente horror si fa via via più marcata. Un riferimento può essere fatto al recente The shock labyrinth: Extreme di Takashi Shimizu, dove il dedalo mortale si sviluppava in un ospedale (non psichiatrico, però) confondendo spazi e tempi in maniera ancora più destrutturata.
In definitiva ESP – fenomeni paranormali è un’operazione che, pur cavalcando la scia dei mockumentary paranormali degli ultimi anni, non delude le aspettative dei fan. L’unica nota provocatoria che verrebbe da fare è la seguente: perché mai, nel simulare riprese genuinamente amatoriali con telecamera a mano, dovrebbe sembrare necessario girare con scatti di macchina e zoomate improvvise anche durante le interviste o i momenti interlocutori? Nella realtà, se l’operatore di una troupe riprendesse così, sarebbe probabilmente cacciato già prima di iniziare. Ma a quanto pare questa scelta stilistica è ormai così diffusa nei prodotti di questo tipo da essere entrata a pieno diritto nei dogmi da patto narrativo del genere.




