Tre storie parallele, connesse fra di loro dal filo rosso della droga e della criminalità, compongono l’intreccio di Et in terra pax, scritto e diretto da due giovani registi romani, Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, al loro primo lungometraggio.
Il perno della narrazione, piuttosto classica e scarna, è rappresentato dal personaggio interpretato da Michele Botrugno (Marco), il quale, tornato a casa dopo 5 anni passati in carcere, si ritrova nuovamente rinchiuso entro le sbarre di un mondo votato a logiche devianti e soffocanti, traffici illeciti e vite fallimentari.
A tracciare i confini geografici della storia è l’impressionante contesto architettonico del Corviale di Roma, più famoso come “il serpentone”, un edificio satellite destinato a famiglie di estrazione popolare, progettato da un team di architetti nel 1972. Lo scenario urbano di questo film, elemento ovviamente fondamentale per la caratterizzazione dei suoi personaggi , si impone di conseguenza con una forza a tratti visionaria nel tentativo di supportare paradossalmente il grottesco racconto verista dei suoi autori, decisamente ostinati nello sporcare di realtà pasoliniana le vicende dell’intreccio. Tuttavia l’esito risulterà sgradito a chi ha fatto dell’autore di “Mamma Roma”, il tabernacolo della propria formazione di cine-filo, o semplicemente, appassionato di cinema.
“Et in terra pax” sembra il risultato di uno studio superficiale delle vite aliene che abitano la banlieu romana. Manca di verità, di genuinità e preferisce alla nuda e cruda poesia del reale la stucchevole favola delle cenerentole mortificate di periferia, condita con fastidiosi e anacronistici stereotipi dei coatti di quartiere, pronti a tutto, anche allo stupro, pur di difendere la propria libertà virile.
Una catena di scene didascaliche e un corollario di dialoghi inverosimili conducono i personaggi ad una soluzione narrativa che si evidenzia nel patetico monologo del protagonista, il quale, dopo aver vendicato la violenza gratuita subita da una giovane studentessa del quartiere, decide di sacrificare la propria libertà a beneficio dei due delinquenti che l’hanno costretto a ritornare nel cattivo giro dello spaccio.
Una musica lirica e ieratica sottolinea il facile parallelismo con il clima patetico e diabetico della storia, dal quale sarebbe bene curarsi con dosi di pura insulina verista, rifiutata purtroppo dai due giovani autori in favore di virtuose vedute registiche del serpentone, veri e propri quadri estetizzanti, autonomi e slegati dal resto.
Quest’affresco di volti romani malavitosi e alla deriva si sgretola al contatto con l’ossigeno di una realtà che non riesce ad entrare in un contesto di finzione, la quale, rimanendo finzione e nient’altro, commette l’errore di presentare un giudizio vittimizzante del disagio sociale della periferia, senza però darne una motivazione plausibile ed accettabile. Risulta incompleto e finto, estremamente distante dall’onestà delle facce dei borgatari coi quali Pasolini condivideva il proprio tempo, il proprio spazio e la propria desolazione.
Opera prima del duo Botrugno-Coluccini, prodotto da Gianluca Arcopinto, Marco Ledda, Simone Isola, SETTEMBRINI FILM e KIMERAFILM srl, in collaborazione con Redigital, questo film possiede l’unico merito di essere costato poco, inserito in una strategia produttiva indipendente e low-budget, girato e fotografato in digitale, con ottimo gusto da Davide Manca.




