Clive e Graeme, bizzarra coppia di amici inglesi appassionati di letteratura fantascientifica, salpano a bordo di un camper alla ricerca dei principali luoghi statunitensi visitati dagli UFO. Dopo essersi incidentalmente imbattuti in un simpatico alieno fricchettone di nome Paul, decidono di avventurarsi per le suggestive strade americane nel tentativo di aiutare l’extra-terrestre, appena fuggito da una base militare top secret. Inseguiti da un astuto agente federale e dal padre bigotto di una giovane ingenua ragazza rapita involontariamente, Clive e Graeme cercano di pianificare un modo per riportare Paul alla sua astronave e, quindi, salvarlo da una morte sicura.
Al suo quarto lungometraggio, il regista americano Greg Mottola (di origini italo-irlandesi) firma un’ironica e leggera commedia dal sapore fantascientifico che, pur raccogliendo tutti gli stereotipi della comicità mainstream americana, tenta di emanciparsi in una riflessione, al contempo profonda e demenziale, del significato estremamente inflazionato (ma ancora necessario) di “incontro tra diversi”.
Paul è stato scritto dagli stessi attori protagonisti del film, Simon Pegg e Nick Frost, nei panni entrambi di due nerd fanatici del fumetto e dell’iconografia aliena, i veri extra-terrestri della storia, al cui cospetto l’autentico alieno risulta un perfetto umano ben inserito nella società, con le sue manie, i suoi vezzi e fantasie talvolta triviali.
L’esercizio, ormai ben sperimentato, dell’antropomorfizzazione del soggetto “altro” - tanto caro alla cultura cinematografica di animazione americana (soprattutto quella rivolta ai bambini) – sortisce nel complesso i suoi esiti positivi, in particolar modo per l’onestà satirica con la quale gli autori hanno voluto tratteggiare i protagonisti della storia, un variopinto catalogo di E.T. in fuga dalle violenze sociali , le quali non risultano ipocritamente e ciecamente riconducibili ad un concetto di istituzione tout court, bensì inclini alla derisione mirata di tutti quegli organi ben strutturati nelle società occidentali che abusano di un potere considerato ineludibile: lo stato e la religione, prima di tutto. Non mancano nel film scene dal gusto genuinamente slapstick, che rimandano talvolta alle beffe anarchiche di Chaplin e Keaton alle prese coi soliti manichei poliziotti, ottusamente fedeli ad un’idea di giustizia imposta a danno di chi non è conforme alla massa. Ma non mancano nemmeno dialoghi taglienti e disinvoltamente scurrili che traggono ispirazione più dagli esiti positivi della buona animazione demenziale televisiva - “Simpson”, “Griffin”, “American Dad” (evidente risulta a tal proposito la somiglianza di Paul con Roger, l’alieno ideato da Seth Mac Farlane) - piuttosto che dal politically correct del sacro tempio disneyano, fatta eccezione per alcuni patetici passaggi drammaturgici all’interno di una storia che risulta molto spesso debole e semplice, pur non tradendo mai l’obbiettivo prettamente evasivo che ne costituisce la base.
“Paul” è, in fondo, l’ennesima favola moderna prodotta dalla grande fabbrica cinematografica americana, che mette in luce gli aspetti più risibili e compatibili delle micro-società degli emarginati, dei diversi, degli alienati, o meglio degli alieni contemporanei, costretti faticosamente a ritagliarsi uno spazio libero in un vortice di massificazione soffocante, in cui uno stretto legame di amicizia tra due persone dello stesso sesso viene stupidamente scambiato per omosessualità e denigrato, o in cui lo slancio candido di coloro che decidono di assecondare ardentemente una passione, seppur infantile e tacciabile di immaturità, viene deriso e svilito.
La versione del film distribuita in Italia è impoverita da un doppiaggio che accentua la già tracotante interpretazione sopra le righe degli attori protagonisti e che affida a un non-attore (Elio di “Elio e le storie tese”) le sorti della voce dell’alieno Paul, impreziosita, nella versione originale del film, dal timbro rauco e profondo di Seth Rogen, giovane attore, sceneggiatore e doppiatore canadese.




