Presentato al Festival di Cannes 2011, l’attesissimo nuovo lavoro di Terrence Malick arriva in sala anche qui nello Stivale, con tutti i suoi intensissimi 138 minuti.
Arduo giudicare questo The tree of life, almeno quanto complesso e stratificato è il film stesso. Come punto di partenza obbligato bisogna distinguere, nel corso del suo sviluppo, due diverse narrazioni. Da una parte c’è lo spaccato di una famiglia americana degli anni 50, dove un capofamiglia amorevole ma eccessivamente severo (Brad Pitt) non riesce a farsi amare davvero né dai suoi timorati figli né dalla bellissima e remissiva moglie (Jessica Chastain) e tiene in qualche modo a freno le loro reazioni più spontanee ed ingenue, spingendo tutti i membri del focolare domestico ad una progressiva, frustrante e reciproca castrazione emotiva. Dall’altra, invece, procede un percorso cosmo-epico dalle sfumature mistiche, che interroga (e si interroga) sul significato della vita, della morte e della vita dopo la morte, nonché sull’origine stessa dell’esistenza così come la conosciamo, attraverso sequenze assai evocative sulla creazione dell’universo e del nostro pianeta e sull’evoluzione biologica primordiale, caratterizzate peraltro da una cura ricostruttiva quasi documentaristica ed un costante commento fuori campo (quasi sussurrato) dei vari personaggi del film a corredo didascalico e cerebrale di questo ineffabile spettacolo. Il risultato è una pellicola straniante, difficile sia da decifrare che da seguire, sebbene magistralmente scritta e diretta. Gli attori, adulti e bambini, sono bravissimi nel rendere le atmosfere tese di un contesto familiare realistico ma rarefatto, dove ogni singolo episodio diventa un tassello e cristallizza dinamiche di violenza ed incomunicabilità in un mosaico atemporale e quasi senza scampo.
Si tratta senza dubbio di un prodotto ambizioso ed elitario, che non può dirsi aperto come un’opera del tutto astratta ma nemmeno concede facili conclusioni teoretiche né scorciatoie interpretative. In particolar modo, ciò che desta più di una perplessità è la chiave dal sapore new age che fa da filo conduttore a tutto il film e che ruota principalmente attorno al personaggio interpretato da Sean Penn. La sua ricerca del senso, che fa scaturire i ricordi, si conclude in maniera così onirica ed allegorica da lasciare gli spettatori increduli ed insoddisfatti, con il ricordo di una visione meravigliosa e irrisolta che forse solo nella soggettività può trovare il suo personalissimo epilogo spirituale.




