Mercoledì, 11 Maggio 2011 15:05

Un perfetto gentiluomo - Recensione

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Commedia garbata e mai volgare, affronta i tabù legati al sesso ed all'inadeguatezza sociale con tocco leggero e divertente. Bravissimo Paul Dano e magistrale Kevin Kline

A sette anni dal biografico American Splendor (dedicato al fumettista Harvey Pekar), i documentaristi Shari Springer Berman e Robert Pulcini hanno deciso di tornare sul grande schermo con la trasposizione di un romanzo di Jonathan Ames, noto ai più per essere l’autore della serie culto Bored to death. Il libro in questione è The Extra Man, da noi pubblicato col più classico titolo di Io e Henry, mentre l’omonima pellicola è stata adattata con l’elegante e sfizioso Un perfetto gentiluomo.

Il film è a conti fatti una commedia garbata e mai volgare – pur affrontando ampiamente la tematica sessuale – sul rapporto di crescente stima e amicizia fra due improvvisati conviventi, dalle vedute e dal carattere (oltre che dalla situazione economica) completamente opposti. Protagonista è il bravissimo Paul Dano, di certo nel suo ruolo più importante dopo la sua ottima performance da predicatore cattolico ne Il petroliere di P.T. Anderson. Accanto a lui il perfetto gentiluomo – o meglio, “extra man” – del titolo, un Kevin Kline istrionico e composto insieme, magistrale nella resa di questo accompagnatore di alto bordo dalle idee così eccessivamente reazionarie e dal carattere lunatico ma dai modi (quasi) sempre impeccabili e galanti. Lo stile di vita di Henry Harrison è fortemente precario (nel senso meno contemporaneo del termine) eppure così libero da suscitare, sia nel protagonista che nello spettatore, un misto di incredulità e rispetto che non sfociano mai nella stigmatizzazione. Nella pellicola si affrontano però anche i tabù legati alle perversioni sessuali e all’(in)adeguatezza sociale – che nel corso della storia diventano indissolubilmente complementari -, offrendo così uno sguardo disincantato sulla tolleranza e sulla diversità attraverso un pretestuoso assioma di anacronistico conservatorismo. Un nota curiosa sulla presenza di Katie Holmes, nei panni di una fervente ambientalista vegana che, con i suoi discorsi dal sapore new age, sembra una parodia involontaria del suo status non più monitorato di Lady Cruise con indottrinamento post-Scientology.

Una visione consigliata e divertente, dal sapore volutamente classico ma dal retrogusto più che moderno.

doppioschermo

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