Titolo italiano intrigante, per quest’ultimo film di Catherine Hardwicke (regista, tra gli altri, di Thirteen – 13 anni e del primo Twilight). Eppure l’originale non si prestava più di tanto a tale tendenzioso suggerimento horror. In patria è Red Riding Hood. Che, tolto il “little” della nota fiaba, si potrebbe tradurre con un semplicissimo “cappuccio rosso”. E con questa truffaldina trovata, hanno spacciato il trailer di questo Cappuccetto rosso sangue come la pregustazione di una rivisitazione truculenta della antica storia popolare. Ciò che invece, ahimè, appare subito chiaro fin dai primi minuti della visione è quanto sia potente e fuorviante una accurata strategia di marketing. E quanto possa essere frustrante esserne vittime invece che complici.
L’ambientazione medievale del paesello nel bosco è forse l’unico elemento interessante di questo esperimento dal sapore fin troppo moderno. Ma del Cappuccetto Rosso che conosciamo fin da bambini non rimangono altro che lo sgargiante mantellino della protagonista e la figura del lupo cattivo. In realtà, fin da subito, il film rivela la sua natura di giallo fantasy in cui il lupo, lungi dall’essere solo una spaventosa creatura esterna in preda a fame e rabbia, è in realtà mannaro, quindi ha un’identità umana, si nasconde nel villaggio e può essere chiunque.
Ad affrontare l’ancestrale paura della bestia famelica – al di là della mera componente licantropica - aveva fatto senza dubbio miglior lavoro Neil Jordan con il suo In compagnia dei lupi, che a sua volta era liberamente ispirato ad alcuni racconti di Angela Carter. In Cappuccetto Rosso sangue la tensione non è mai davvero palpabile, ed anche la costruzione del thriller non riesce ad intrattenere o a stupire come vorrebbe (persino la soluzione finale dal sapore lynchiano, ad uno spettatore attento, non appare come un vero colpo di scena). Del resto la chiave principale rimane volutamente quella amorosa, ma nè gli occhioni della bionda Amanda Seyfried né la performance in costume degli altri bravi attori (in primis Gary Oldman) riescono a risollevare le sorti di questa pellicola dal target innegabilmente giovanile.
Ai titoli di coda, viene una voglia matta di recuperare il mito nella versione di Charles Perrault, sperando di cancellare il ricordo del film appena visto in favore di una riscoperta sana e davvero spaventosa dell’ispirazione originaria.




