Austero. Così è Habemus Papam nelle prime scene con il suolo sacro di S. Pietro affollato di fedeli addolorati ai funerali “dell’amato pontefice”, e poi con gli alti prelati disposti in un’altezzosa, lunga fila indiana fino alla Cappella Sistina dove andranno a decidere a chi affidare le sorti della Chiesa. Canzonatorio, come è nelle abitudini di Nanni Moretti, diventa poi subito dopo nel tratteggiare un potere slegato da ogni contatto con la realtà, detenuto da una calca di vecchi e vecchissimi incollati ad abitudini infantili.
E’ uno schema già abbondantemente collaudato dallo stesso Moretti e utilizzato anche da Sorrentino ne Il Divo quello di dipingere il potere nella sua veste più profana, calcando sull’effetto umoristico dei difetti. Habemus Papam è un film che va avanti per sottrazione di senso, e non per somma di critiche. Chi si aspettava formule assertive contro il clero rimarrà deluso. La tesi è (poca) autorevolezza più inadeguatezza uguale necessità di autocritica. Del resto lo dice anche il Papa del film: “la Chiesa ha bisogno di grandi cambiamenti”. Infatti, Habemus Papam imbelletta con toni comici quella è che a una lettura appena più profonda appare con ogni evidenza una pesante critica all’istituzione. Alla Chiesa, legata com’è a doppio filo alle umane debolezze, ma non alla fede che mai viene irrisa. E anche se Moretti professa di aver voluto fare prima di tutto un film intimo che raccontasse il sentimento di inadeguatezza, il contesto prevarica nettamente questa intenzione. Il regista propone un altro film furbo, che riveste una storia di umana fragilità con toni dimessi e divertiti. Una dimensione comune e moderna non fosse per l’inusitata ambientazione.
Morto un papa, la cui identità è chiarita dalle immagini delle spoglie di Giovanni Paolo II nei primi minuti, i 108 elettori del conclave si dispongono in un’austera cada, sontuosamente addobbati si avviano al luogo dove rimarranno chiusi, privati di ogni contatto con l’esterno, fino alla fumata bianca. Gli anziani cardinali sono la perifrasi di un potere antico, dissimulato dalle abitudini infantili: i grandi prelati, che muovono le coscienze di un miliardo di fedeli nei cinque continenti, raccontati come ragazzini di quinta elementare che scongiurano il Signore di non chiamarli, nascondo con la mano la propria scelta per non far copiare il vicino, si sentono sollevati, più che compiaciuti, davanti alla spoglio dei voti. A sorpresa, dopo una fumata nera, viene scelto il placido cardinal Melville, e primo che lui accetti gli altri attaccano il Te Deum per esorcizzare la tensione accumulata. Ma il nuovo Papa, senza nome, non è pronto e subito dopo l’annuncio alla piazza del cardinale Camerlengo, “Nuntio vobis gaudium magnum habemus Papam”, si sente l’urlo straziante di Michel Piccoli. E’ il gran rifiuto, non quello dell’ignavo Celestino V, ma di un uomo consapevole della grandezza dell’incarico, schiacciato dalle sue responsabilità e convinto della sua inadeguatezza. Ma non può essere perché il Signore quando chiama assieme alla carica concede anche le capacità per assumerla, quindi deve essere una malattia. E per trovare un rimedio il governo vaticano si rivolge finanche a uno psicanalista, accantonando per qualche istante il pensiero che “anima e psiche” non coincidano affatto. Salvo poi porre dei paletti: non si può parlare di sesso, né delle paure, della madre solo un poco. Ed in effetti gli anziani prelati, dato che il film così tanto affida alla psicanalisi da manualetto, sembrano proprio bambinoni dal complesso edipico irrisolto. Su di loro Moretti calca la mano organizzando un torneo mondiale di pallavolo (non di palla prigioniera come qualcuno vorrebbe perché “non si fa più da 50 anni”), una sequenza lunghissima, intervallata da riflessioni sul darwinismo e sull’inferno (che è vuoto, secondo un autorevole cardinale). Ed è qui che si fa addirittura iperbolico nel ridicolizzare l’antico potere.




