“Perché milioni di ragazzine vogliono essere Paris Hilton e nessuno vuole essere Superman?”
“Hai ragione, non ha senso, è totalmente piatta.”
Così a Dave Lizewski (Aaron Johnson, il John Lennon di Nowhere Boy), tra un cappuccino e una ciambella da Starbucks, balza alla mente l’idea peregrina di diventare un supereroe. E non stiamo certo parlando di Mr. Popolarità (anche perché quest’ultimo sarebbe probabilmente più interessato alla bionda miliardaria di cui sopra), ma dello sfigatello della scuola, del ragazzo goffo e definitivamente nerd che oscilla tra l’assoluta invisibilità davanti all’altro sesso e il bisogno di sfuggire ai teppisti di strada. Ora, in questo ragazzo che ha passato più ore in una fumetteria che a parlare con una ragazza, scatta all’improvviso la giusta combinazione di ottimismo e ingenuità, che gli permette di comprare una muta verde da immersione e cominciare a comportarsi da supereroe. Peccato, però, che la sua prima sortita gli faccia guadagnare un ricovero all’ospedale. Si presenta così Kick-Ass, un supereroe senza superpoteri né gadget tecnologici, che ben presto incontrerà una versione posticcia, ma ugualmente ben equipaggiata, di Batman e Robin, Big Daddy (Nicholas Cage) e Hit Girl (Chloe Moretz).
Diretto da Matthew Vaughn (Stardust) e ispirato all’omonimo fumetto, Kick-Ass racconta come vivrebbero i supereroi in un mondo (il più possibile) realistico. Vigilanti mascherati che non sono stati punti da un ragno e non sono allergici alla kryptonite, ma sono comuni appassionati di fumetti, che hanno deciso di passare all’azione. Sembra inevitabile un confronto con Watchmen, cui certamente Mark Millar si è ispirato nella fase di ideazione del fumetto: la grande differenza tra la coppia Moore/Snyder e quella Millar/Vaughn è che il mondo di questi ultimi è meno cupo e che la loro storia non perde mai uno sguardo beffardo e una florida vena ironica. Com’è naturale Kick-Ass vive di costanti riferimenti al mondo dei fumetti supereroistici (da Batman a Spiderman, passando per Superman), ma non si risparmia abbondanti citazioni della cultura pop e riferimenti cinefili sui quali i nerd di tutto il mondo hanno abbondante terreno per pascersi. Una delle scene chiave del film, ad esempio, è allo stesso tempo una citazione del tarantiniano Kill Bill e una sovrapposizione di immagini con il successivo rifacimento americano di Lasciami entrare, con in comune la notevole bad girl Chloe Moretz. Come i migliori comic-movie sanno essere, Kick-Ass è un film eccessivo, divertente, intelligente, pensato per farsi rincorrere al un ritmo incessante, senza smettere di fare occhiolini e boccacce al proprio pubblico.
Tra l’altro, un’altra particolarità del film risiede nel fatto che la lavorazione sia proceduta di pari passo con quella del fumetto, così che non si può dire che l’uno sia figlio dell’altro. All’inizio delle riprese il terzo numero del fumetto era fresco di stampa, mentre il numero finale, l’otto, è uscito quando Vaughn non aveva ancora finito il film. Questo non significa che non ci sia stato un continuo dialogo tra le due opere, anzi, come riassume il regista: “È stato come un bel match di tennis”. Tuttavia ci sono dei punti in cui fumetto e film prendono due strade diverse. Con questo esperimento Vaughn, che sostiene che ormai il genere comic-movie stia venendo a noia, assimila un linguaggio, lo destruttura e lo restituisce in chiave postmoderna in quella che definisce “una lettera d’amore nei confronti dei fumetti”. Ed è agli amanti di Marvel e DC che il film si rivolge, a tutti quelli che qualche volta nella vita si sono sentiti come Dave Lizewski e avrebbero voluto farsi un costume che permettesse loro di prendere a calci i cattivi come fa Kick-Ass.




