Mercoledì, 23 Marzo 2011 13:33

Sucker Punch - Recensione

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Compiaciuto fracassone estetizzante, con inserti fantasy per onanisti videoludici. Per il regista di 300 e Watchmen, quasi un'occasione sprecata. Per non parlare del budget...

Erano molto alte le aspettative dei fan di Zack Snyder per il suo ultimo film. Oltre che dell’apprezzato 300, questi è infatti il regista della trasposizione da fumetto – ad oggi – salutata come la migliore di tutta l’ondata supereroica cinematografica degli ultimi quindici anni (se non proprio dell’intero filone in assoluto), ovverosia Watchmen. Con Sucker Punch, Snyder ha ripreso in mano un progetto iniziato anni fa e interrotto poi ben due volte per girare altrettanti lungometraggi, per cui si può dire che il film abbia avuto una gestazione piuttosto lunga. Inoltre, per la prima volta, si è basato su una sceneggiatura originale, ispirata peraltro ad una propria idea. Tutti elementi che portano ragionevolmente a pensare si tratti di un’opera anche più personale delle precedenti. Ecco perché, considerate tali premesse, il giudizio finale non riesce a celare una buona dose di delusione. Sucker Punch è, a conti fatti, un compiaciuto fracassone estetizzante, giocato su – almeno - tre piani di realtà senza essere destrutturato, con inserti fantasy hi-tech concepiti da (e per) geek onanisti videoludici. L’agnizione finale non sorprende come vorrebbe, perché qualunque spettatore mediamente allenato intuisce fin da subito l’innesco onirico e vive tutto ciò che vede da un certo punto in poi come una specie di sogno con parentesi di delirio puramente action. I personaggi, quasi tutti femminili, ostentano una sovraesposizione corporea costante e decontesualizzata in riferimento ad ognuno dei piani temporali considerati, accentuando la sensazione che il vero filo conduttore del film sia il fattore lolita. Non mancano però, soprattutto nella prima parte, scelte stilistiche suggestive post-Watchmen: la splendida sequenza di apertura, i toni lividi e surreali dell’ambientazione ospedaliera, rallenty e primi piani sapienti, ed altre trovate che lasciavano presagire lo sviluppo di un nuovo capolavoro. Invece presto vengono a prevalere l’effetto videoclip, il frastornamento generale e persino una fastidiosa retorica messianica ed automotivazionale fuori campo ad accompagnare fino ai titoli di coda il senso di dispersione finale.

Da più di un punto di vista, un’occasione sprecata. Per non parlare del budget.

doppioschermo

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