Martedì, 22 Marzo 2011 17:53

Carissima me - Recensione

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Storia del corto circuito mentale di una donna: Marguerite è una donna in carriere, il giorno del suo compleanno un notaio le recapita delle lettere scritta da lei stessa a sette anni. Un promemoria sulle priorità nella vita

C’è chi l’anima la definisce pensante 21 gr e chi invece -come Yann Samuell, autore del film “Carissima me”- la individua in quel che c’è di più invisibile, intimo e sottile nell’essere umano.

Di certo le immagini sull’argomento, che spesso vengono dal cinema, hanno più che altro a che fare con quello che si può definire il “mondo che procede per associazioni psichiche” e per ragionamenti personali (che talvolta divengono universali nella loro pienezza),  ma è raro poter assistere alla costruzione di una storia che prediliga un punto di vista immaginifico altamente puerile e che muti in visione simbolica, nel presentare l’incontro con l’io più profondo come l’evento necessario nella vita di tutti.

Nonostante la pellicola, infatti, manchi di ritmo narrativo e scada più di una volta in alcune ingenuità che sconfinano in patetica insensatezza, determinandone la cattiva riuscita, “Carissima me” possiede, come punto di forza, la semplicità con cui viene messo in scena il cortocircuito mentale di una donna.

Ciò che mette in difficoltà Marguerite (donna d’affari competitiva e dalla personalità irrigidita dalle proprie responsabilità d’ufficio, interpretata da una-sempre-uguale Sophie Marceau) e che sabota il suo successo conquistato con unghie-e-denti inizia, per l’appunto, con l’arrivo di alcune lettere, il cui mittente è il “se stessa” dell’età di sette anni.

Il regista ha dichiaratamente rappresentato, con un espediente purtroppo non troppo credibile, un’irrequietezza che viene spesso raccontata in numerosi film e che termina, perlopiù, con il ritrovamento delle proprie radici, come in questo caso, utilizzando toni però talmente leggeri che, paradossalmente, arrivano in qualche passaggio ad assecondare il recupero del “pensiero magico” tipico dell’infanzia, come fase obbligata al cambiamento di mentalità.

La saggezza di cui sembra essere portatrice la bimba che è stata e che ancora abita l’interiorità della protagonista, infatti, non è esibita come frutto di una maturità finalmente raggiunta, ma più che altro come libera espressione di sé, che sgorga proprio nel momento in cui viene messa al bando ogni tipo di serietà adulta.

L’ascolto della dimensione più essenziale (il “tesoro più nascosto”) e il “lasciarsi-essere” spontaneamente sono, secondo Samuell, l’unica risorsa potenziale per ritrovare una vitalità spesso sopita dai troppi doveri e l’umanità che ne deriva non può che lasciare, nello spettatore, perlomeno il dubbio di rimettersi in discussione senza troppi contrasti e tormenti.

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