C’è un curioso dilemma di fondo in questo film di Mikael Håfström, che rappresenta forse lo spunto teorico più interessante della storia narrata. Ed è più o meno il seguente. Pur cercando di congelare i propri pregiudizi su fede o religione e volendo aprirsi all’ipotesi della possessione demoniaca, in mancanza di eventi palesemente contrari alla fisica è impossibile non ricondurre qualunque comportamento del presunto esorcizzato ad un disagio di tipo psichico o fisiologico. In altre parole, parafrasando il protagonista, è impossibile credere nel Diavolo (o in Dio) se la prova della sua esistenza è proprio l’assenza di prove. Ironicamente, è arduo valutare Il rito per una ragione ontologicamente simile. Una pellicola sull’esorcismo che si dichiara ispirata ad una storia vera, che parte in maniera pacata e senza trovate particolarmente splatter, con quell’aurea autoriale che solo la presenza di un gigante come Anthony Hopkins poteva conferire (per quanto sia imbarazzante sentirlo recitare in italiano), ma che tuttavia non ha l’asciuttezza quasi documentaristica che dovrebbe farlo sembrare fino in fondo un - vero o presunto - film dossier. Una storia in cui tutto all’inizio sembra credibile, dove i comportamenti dei soggetti problematici e i dialoghi fra i personaggi suggeriscono una verosimiglianza insospettabile, ma che immancabilmente vira verso il thriller orrorifico con incursioni chiaramente paranormali. E per di più, con la pretesa che tutto ciò non sembri mai un tradimento verso lo spettatore, qualunque egli sia. Se la proporzione non fosse un azzardo, verrebbe da pensare che Il rito stia al tema dell’esorcismo come Hereafter stia a quello dell’aldilà. Con la differenza che il film di Eastwood non da mai l’impressione di star cambiando registro o direzione nel suo svolgimento, cercando infine di spacciarsi per qualcosa che non è. A conti fatti, non ci sono teste che ruotano completamente ma rumori, movimenti e pigmentazioni corporee ai limiti dell’umanità; non fiottano litri di vomito verde ma chiodi sputati nel sangue; le voci dei posseduti non cambiano del tutto ma fanno il verso - e pronunciano frasi - di persone morte o lontane; non si vedono manipolazioni spettacolari degli elementi naturali ma abbondano cicatrici, sangue e rane (e si sbatte persino una porta a distanza). Probabilmente, Il rito è un buon film che non ha deciso fino in fondo cosa essere, e che ha perciò optato per una inconsistente moderazione. Ed è – tanto per rimanere in tema – un peccato.




