Sabato, 05 Marzo 2011 20:10

Ladri di cadaveri - Recensione

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Tra la cattiveria dei Monty Python e l’eleganza artigianale dei film in costume, Landis torna in sala con una black comedy esilarante. Senza pretese sociologiche

Dopo un paio di recenti incursioni seriali nel telefilm Masters of Horror e a più di dieci anni di assenza dal grande schermo, l’ottimo John Landis (indimenticato regista, tra gli altri, di The blues brothers, Animal House, Una poltrona per due e Un lupo mannaro americano a Londra) torna in sala con una black comedy riuscitissima ed esilarante. Ladri di cadaveri – Burke & Hare unisce sapientemente il sapore delle gag più cattive dei Monty Python all’eleganza artigianale del film in costume in puro british style. Tutti gli attori sono magistrali, in primis i due protagonisti: l’ormai sdoganato Simon Pegg (Hot fuzz, Star Trek) e il bravissimo Andy Serkis (The prestige, Il signore degli anelli), doppiato peraltro da Pino Insegno. La storia, pur dichiarando di ispirarsi a fatti realmente accaduti, ha una connotazione grottesca assai marcata e non lesina momenti di comicità imbarazzante – indicativa la lunga scena dello “spezzamento” del primo cadavere, presente nella versione integrale vista allo scorso Festival Internazionale del Film di Roma ma inspiegabilmente eliminata nella recente edizione italiana -. Potrebbe sembrare un film fuori tempo massimo ma non lo è: Ladri di cadavere fa sorridere pur basandosi su temi sconvenienti come l’omicidio volontario o l’esibizione del corpo morto, facendosi beffe della morale comune e persino del progresso medico scientifico, per ricondurre tutto giocosamente al vero motore di tutti i mali: non i soldi, bensì l’amore. Difficile trovare un significato metaforico dietro i rocamboleschi commerci dei due soci assassini. Pochi dubbi sul fatto che l’intera pellicola sia solo un arguto divertissement, e che qualunque tentativo di traslare il binomio omicidio/speculazione di cadaveri dall’Inghilterra del XIX secolo verso una riflessione su un eventuale rapporto malato fra i film e l’industria cinematografica attuale rischierebbe di apparire forzato e – in fin dei conti – ben poco risolutivo (e di certo, ben lontano dalle intenzioni meramente ricreative del regista). Si spera solo di non dover attendere altri lustri prima che il buon Landis torni al cinema, con la freschezza ed il tocco brillante che lo hanno sempre contraddistinto.

doppioschermo

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