Nell’aprile del 2003 Aron Ralston parte da solo per un week-end tra i canyon dello Utah, senza avvertire nessuno. Malauguratamente, si ritrova nel posto sbagliato al momento sbagliato: un masso gli frana addosso e gli intrappola il braccio destro contro una parete rocciosa.
Dal romanzo “Between a Rock and a Hard Place”, la biografia di Aron Ralston. Dopo il ruffiano e discutibile The Millionaire, che pure gli è valso il tanto atteso riconoscimento planetario, Danny Boyle torna a livelli altissimi. Pur trattandosi come sempre di un’originale e sfrenata rielaborazione della farina altrui (per limitarsi all’ultimo decennio, abbiamo Buried e Into the Wild, ma non mancano degni riferimenti ai grandi classici americani di evasione), è un’opera energica, eccitata e materiale, fisica e corporale, piena di acqua, terra, sangue, urina. Proprio il confronto con Buried, “caso” cinematografico dello scorso anno a firma del semi-esordiente Rodrigo Cortés che rappresentava una sfida analoga, sottolinea la grande abilità del regista di Manchester: le allucinazioni o i ricordi, inserti narrativi quasi obbligatori per tenere desta l’attenzione di un racconto ambientato quasi interamente in un crepaccio, vengono resi con inventiva e dinamismo. Tutto il resto (il montaggio, la fotografia, la scelta delle musiche) è incommensurabilmente più vivo e brulicante della media. Quando Boyle riesce a governare totalmente il suo generoso cinema di slanci vitali e non si lascia sedurre dal facile fascino degli effettacci, quando decide di concentrarsi su piccole storie ad alta densità emozionale e non va a incartarsi in qualche malriuscito tentativo di affresco sociologico, è un signor regista. 127 ore ha tutto per diventare un cult, e nel frattempo ha incassato un bel gruzzolo di nomination agli Oscar (soprattutto film, sceneggiatura e performance di James Franco).




