E’ il 1992 e la Leda è un’azienda che produce latte e derivati, valori e ottimismo. Il salumificio di famiglia è diventato una promettente realtà economica, basta poco per fare il salto di qualità: aprirsi ai mercati internazionali, produrre per i cinque continenti. Ci sarebbe solo un ostacolo. Mancano i soldi. Quello non è un problema. Prima lezione di economia: si è sottocapitalizzati? I favori della politica accondiscendente non bastano più? Ci si fa sovrastimare i prezzi delle azioni, ci si quota in borsa e quelli arrivano dagli investitori a cottimo. Poi l’asticella si sposta più in alto. Di nuovo il piatto piange? Lezione numero due: non solo azioni, anche titoli passivi e derivati. I debiti si dividono tra gli investitori, risparmiatori di tutto il mondo uniti in un’unica sciagura. I conti? E’ importante che quelli quadrino alla fine. E se non si riesce? Allora, lezione numero tre, basta un tratto di bianchetto. I soldi si possono inventare.
E’ una scuola molta variamente frequentata, la chiamano della finanza creativa. Dalle cronache internazionali recenti si è capito quali effetti abbia. Quella de Il Gioiellino è però una storia tutta italiana per i personaggi che vi partecipano, le implicazioni familistiche, l’incompetenza che avvinghia la finanza e la politica, e ne fa un unico organismo virulento. Il film, opera seconda di Andrea Molaioli (La ragazza del lago), scritto con Ludovica Rampoldi e Gabriele Romagnoli, è la parabola di una banda di affaristi di provincia, la banda del buco come poi verrà fuori, manager che studiano l’inglese con le cassette e correggono i bilanci con tratti di bianchetto. E’ la storia della Parmalat e di come l’azienda di Collecchio sia stata macchiata da una gestione schizofrenica. Ma per ovvie ragioni, la vicenda processuale dell’ex cavaliere Calisto Tanzi (Napolitano gli ha ritirato il titolo per disonore) e dei suoi collaboratori è ancora aperta (condanne in appello fino a 18 anni), e per prendersi qualche licenza narrativa, gli autori hanno scelto di inventare un caso, il marchio Leda. Tanzi diventa così Amanzio Rastelli, interpretato da Remo Girone (reso simile anche nell’aspetto), il direttore finanziario Fausto Tonna (quello che al momento dell’arresto augurò ai giornalisti e alle loro famiglie “una morta lenta e dolorosa”) è il ragionier Ernesto Botta, Toni Servillo sempre piu’ attore cult. Non è più una sfida per lui diventare un personaggi che valicano ogni pudore, in questo caso è un misogino che si fregia della dissolutezza (“Un uomo deve avere il coraggio dei propri vizi”) e dei suoi trucchetti con i numeri. La licenza poetica rispetto alla storia è Laura Aliprandi, Sarah Felberbaun, un personaggio in quota rosa, che un po’ scolorisce rispetto alla robustezza dei due coprotagonisti. Funzionale però a colorire un racconto, che ha pochi picchi. Essendo il ritmo troppo spesso affidato solo alle musiche di Teho Teardo che confeziona una colonna sonora all’altezza di quella rock del Divo.
La storia è nota e il film la ripercorre in maniera didascalica, 10 anni di espedienti, dalle relazioni con le banche, italiane e Americane, a quelle con la politica (un senatore compiaciuto e un presidente del consiglio che ama la barzellette e possiede una squadra di calcio). Note sono pure le implicazione (che il film lascia in sospeso), meno l’intimità dei personaggi, il brodo di coltura che ha generato prima la voragine, poi il terremoto (per gli investitori): “A parte quei 14 miliardi di buco, l’azienda è un gioiellino”, pare abbia detto Calisto Tanzi, dando l’assist al film. Bene, il contesto che il film mostra è la degenerazione della cosiddetta azienda a conduzione familiare, che rimane tale anche quando investe soldi pubblici e dei risparmiatori. I conti nei paradisi fiscali sono l’ottimizzazione dei costi tributari, l’appropriazione indebita e il falso in bilancio (che “tanto non è più reato”) degli strumenti nelle mani di Botta, un contabile che non ha alcun ritegno, compie azioni compiacendosene. Una mentalità palesemente criminale, ma non violenta. Tratti distintivi della cricca (corsi e ricorsi storici) sono piuttosto la faciloneria, l’ignoranza, la pretesa di controllare i meccanismi che contano, ma che invece sfuggono del tutto alla comprensione (come quando il diventano preda delle banche d’affari internazionali). Non una bella notizia per gli obbligazionisti non risarciti.




