Dopo l’esordio del gradevolissimo Pranzo di Ferragosto, arriva al cinema la seconda prova dell’ultrasessantenne Gianni Di Gregorio (co-sceneggiatore, tra l’altro, dell’acclamatissimo Gomorra di Matteo Garrone). Più lungo e meno statico del primo film, Gianni e le donne si rivela altrettanto interessante e piacevole. Il sapore di vita quotidiana in una Roma trasteverina quasi mimetizzata ed anonima richiama le atmosfere diPranzo di Ferragosto, ma l’elemento femminile – che lì era esclusivamente geriatrico – arricchisce qui il ritmo di questa commedia della mezza età, rendendo più dinamici sia i dialoghi che il ritmo. Il tocco e l’intepretazione del regista/attore trovano la loro forza drammatica nella sottrazione e nel minimalismo, rendendo la pellicola delicata e leggera come un pigro pomeriggio tardo estivo. Sebbene solo al secondo film, è già possibile rintracciare una personale cifra stilistica nel cinema di Di Gregorio: il piacere per la cucina (e per il vino bianco), le oziose chiacchierate con gli amici, l’affetto misto a insofferenza verso la spendacciona madre con velleità tardonobiliari, un sotterraneo senso di inadeguatezza sociale che viene frequentemente annacquato dall’alcol. Qui si aggiunge in maniera più marcata anche una vena di pirandelliana autoconsapevolezza estetica, che porta Gianni a (cercare di) superare l’imbarazzo per l’adulterio e tentare degli approcci mortificanti verso altre improbabili esponenti del gentil sesso a sé vicine. E tutto ciò solo per alleviare quel senso di inadeguatezza prima citato, che nelle premesse del film viene messo a dura prova da amici e conoscenti fedigrafi ed impuniti dell’ingenuo e placido protagonista.
Unica nota stridente è forse la sequenza onirica finale, tutto sommato anche simpatica: l’impressione che si ha è che, pur avendo il pregio di non sembrare una chiusura ridicola e grottesca, in realtà stoni un po’ con lo stile pacato del resto del film, risultando comunque troppo sopra le righe anche come epilogo da sogno ad occhi aperti.




