Martedì, 08 Febbraio 2011 13:48

Biutiful - Recensione

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Il nuovo film di Inarritu racconta di Uxbal, un intenso Javier Bardem. Un padre che di fronte alla realtà imminente e drammatica, prova con forza e disperazione a combattere. In un crescendo di dolore sempre più difficile da sopportare.

“Un viaggio assoluto e arduo”. E' lo stesso Javier Bardem a definire così la sua esperienza con Biutiful, l'ultima creatura di Alejandro González Inarritu. Dimenticate i drammi corali di 21 Grammi Babel, i complessi intrecci del caso, le strade che si dividono e incrociano. In Biutiful il dramma c'è, ma questa volta è totalizzante, coinvolge il solo protagonista e lo spettatore, che non può farsi trascinare intensamente dalle vicende di Uxbal, proprio come è accaduto allo stesso attore. Il film è lui: Bardem che non si risparmia e offre il massimo nelle più di due ore di pellicola. Soffre fisicamente, dimagrisce, si dispera, senza mai abbandonarsi completamente, ma accompagnando il suo personaggio verso il drammatico finale, chiaro già dai primi momenti. Un personaggio che, preso atto del poco tempo che gli è rimasto, cerca qualcosa, che sia perdono o redenzione. La nomination all'Oscar (che Bardem ha già vinto nel 2008 come attore non protagonista per Non è un paese per vecchi), dunque, è più che meritata. Il suo Uxbal è un uomo impegnato in traffici illegali, tra manodopera clandestina e oggetti contraffatti, che vive per i suoi due figli, provando a gestire il rapporto con una moglie bipolare. A fare da cornice alla sua storia una Barcellona che non ti aspetti, che magari immagini, ma non riconosci, perché lontana dagli scenari da cartolina che siamo abituati a vedere in tv o sulle guide turistiche. Anche Barcellona ha la sua periferia, grigia e sporca, quartieri pieni di gente e disperazione. La stessa disperazione di Uxbal, sftuttatore e sfruttato, in una gerarchia contorta e assurda. Un'ambientazione che contribuisce alla violenza, visiva ed emotiva della pellicola, ma per questo ancora più reale. Non c'è nulla di “biutiful”, dunque, nella storia del protagonista, nella sua vita. L'unica è la speranza che si legge negli occhi del piccolo Mateo, che sogna un viaggio, che inconsciamente gli permetta di fuggire a quella realtà troppo grigia.

Allo spettatore, allora, non rimane altro che soffrire con Uxbal, in attesa dell'epilogo, in un crescendo di drammi ed emozioni, che sembrano senza fine. Se qualcosa si può obiettare a Inarritu è proprio che, in una storia tanto intensa, con un personaggio tanto ben studiato, il dramma senza fine diventa eccessivo, ridondante, sempre più pesante e difficile da sopportare, fotogramma dopo fotogramma. Il groppo il gola, inevitabile, finisce quasi per mettere a disagio lo spettatore. A Inarritu va riconosciuto il merito di aver dipinto perfettamente i molteplici strati del tessuto sociale, ciascuno con i suoi difetti e profondi sensi di colpa. Secondo lo stesso regista: ''Biutiful è un film sulla paternità, sulla paura di perdere un padre, di essere padre e su quel momento in cui cominci a diventare il tuo proprio padre e i tuoi figli cominciano a diventare te''.  Di sicuro è un film sulla paura. Non semplicemente la paura di morire, ma quella di andarsene troppo presto lasciando qualcosa in sospeso. Quella di non aver fatto abbastanza in un mondo dove tirare avanti implica sempre, e comunque, una scelta che poterà qualcuno a soffrire. Alla fine, però, cercare una chiave di lettura nella tempesta di emozioni che ci sbatte in faccia Inarritu non è facile. E il dubbio che tutto questo dolore, portato magistralmente sullo schermo da Bardem, sia fine a se stesso, rimane. Nel caso di Uxbal tutto si scioglie nel dialogo finale con la figlia, che chiude il cerchio e prova a donargli una fine serena.

doppioschermo

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