Sta facendo più notizia per i suoi record di incasso che per i meriti reali, il secondo film che vede per protagonista Checco Zalone
Al di là delle riflessioni sull’evoluzione del mercato cinematografico e sulla reale indicatività dei risultati da esso raggiunti, Che bella giornata di Gennaro Nunziante (già regista di Cado dalle nubi nonché sceneggiatore, fra gli altri, diCommediasexi) è un film molto divertente ma un pizzico al di sotto della precedente prova del comico pugliese. Qui il tema portante, la storia d’”amore” a copertura di una macchinazione terroristica (per di più ad opera di una cellula islamica), non risulta credibile come il sogno di gloria del giovane cantautore di Cado dalle nubi. Anche i momenti di cialtroneria terrona in contesto milanese, che lì provocavano sbellicamenti incontrollati, qui fanno più che altro sorridere. Colpa dell’ambientazione museale, nonchè della minore empatia suscitata dal ruolo di addetto alla sicurezza rispetto a quello del più semplice ragazzo di paese che vuole sfondare come cantante. Ed è forse proprio quest’ultimo punto il vero nodo: laddove in Cado dalle nubi la poliedricità del protagonista riusciva a manifestarsi in pieno nella sua verve attoriale e cantautoriale, in Che bella giornata (per quanto non manchino le canzoni) la performance è ovviamente tutta sbilanciata sulla recitazione e non può concedersi a quell’ilarità becera che solo le canzoni paradossali e sgrammaticate di Checco Zalone possono scatenare. Divertentissima l’interpretazione di Rocco Papaleo come padre del buon Checco – sono sue le battute più divertenti del film, a pari merito con quelle del protagonista -, e degna di nota la presenza di Caparezza, che regala tra l’altro una versione imbarazzante e imbarazzata di Non amarmi, in perfetto stile da pacchiana festa di paese. In definitiva Che bella giornata è un film divertente (molto, molto più divertente nella parte centrale ambientata in Puglia), che calca la mano sul contrasto interculturale estremizzando da una parte le abitudini familiari più ingombranti del sud Italia e sottolineando in maniera altrettanto forzata le similitudini che dovrebbero accomunarci a popolazioni dagli usi e costumi all’apparenza così differenti. Senza offendere davvero nessuno e, soprattutto, senza mai rischiare di suggerire interpretazioni sociali o politiche.