Domenica, 23 Gennaio 2011 04:29

L'orso Yoghi - Recensione

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Dal 1958, quando per la prima volta apparvero nel Braccobaldo Show, Yoghi e il suo fedelissimo amico Bubu hanno continuato a intrattenere generazioni di bambini, che di solito sono rimasti incantati davanti alle avventure dell’orso di Jellystone fino all’età prescolare

Dal momento in cui varcano i cancelli della scuola elementare, i bambini si sentono già troppo maturi per questo tipo di intrattenimento. In effetti, anche il film ha lo stesso target ideale: ragazzini al di sotto dei sei anni, sufficientemente innocenti da non far caso alla legnosa monocromia dei personaggi. Anche sul grande schermo, nel film in 3D diretto da Eric Brevig, i più piccoli troveranno buffo e tenero il grosso e goloso orso bruno e si potranno immedesimare nella sua goffa predisposizione a combinare guai anche se animato dai migliori propositi... a chi non è capitato? Lo sport preferito dell’infanzia è far arrabbiare i genitori con metodi sempre più ingegnosi. Proprio come dice il regista Eric Brevig: “Yoghi fa le cose a modo suo, ha buone intenzioni, ma è la gola che lo tradisce e non riesce a resistere all’impulso di afferrare il cibo e portarselo via. E’ un bambinone e penso che rappresenti qualcosa che è in tutti noi.”

In per quest’ultima avventura cinematografica, il parco di Jellystone, tana e luogo di caccia (di cestini, ovviamente!) dell’astuto Yoghi, è in pericolo a causa di un politico senza scrupoli. Questa emergenza ambientale crea una inedita alleanza tra il famoso orso di Hanna e Barbera e il suo nemico di sempre, il ranger Smith, nel film interpretato da un goffo Tom Cavanagh. Cresciuto nel parco che dirige, dopo Yoghi è forse il suo più affezionato abitante e ruba un po’ di protagonismo all’animale quando si innamora di una eccentrica documentarista (interpretata da Anna Faris, resa famosa dalla serie Scary Movie). Si potrebbe dire – e probabilmente si dirà – che il film sia sottilmente intriso di temi ecologici, non nuovi nei film d’animazione degli ultimi anni, ma bisogna ammettere che ci sono stati esempi di livello più alto, senza dover nemmeno scomodare Wall-E.

Piccolo appunto. Trattandosi di un film in 3D, con annesso sovrapprezzo sul biglietto cui considerato il target andranno inevitabilmente ad aggiungersi il costo dei pop corn e di qualche bibita, può essere utile sapere cosa aspettarsi dall’aspetto meramente tecnico. Della tecnica 3D si privilegiano gli aspetti buffi e spettacolari rispetto a quelli linguistici, così quando qualcosa entra nella bocca di uno qualsiasi dei personaggi del film, potete stare pur certi che vi arriverà in faccia entro pochi secondi. Anche questa, per i bambini, è una attrattiva coinvolgente. Scarsa attenzione, invece, è stata riservata alla fusione di animazione grafica (i due protagonisti pelosi sono realizzati con la tecnica dell’animazione tridimensionale) e live action, con un frequente e inopportuno effetto sticke

doppioschermo

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