L’intenzione dichiarata da Antonio Albanese e Piero Guerrera (che nel 2003 hanno sintetizzato Cetto per la trasmissione di Rai 3 Non c’è problema) è di fare un film “comicissimo” (questa la definizione scelta presentando il film a Roma) eppure un po’ per la suggestione legata all’aderenza alla cronaca vicina e ingombrante (che si autoalimenta e non vuole saperne di diventare storia), un po’ perché guardandolo si teme che possa essere addirittura profetico, l’effetto non tanto è la risata di pancia (salvo alcune battute tipo “Presto io sarò sindaco per cui tu per legge vicesindaco” o “Si comincia con dare la precedenza ad un incrocio e finisce che si diventa ricchione”) quanto una fastidiosa sensazione di inesorabilità. Cui, occorre dirlo, noi italiano abbiamo fatto la bocca, per cui nonostante tutto riusciamo ancora a canzonarci.
Il film è cattivo con chi lo guarda. Nessuna catarsi finale, nessuna redenzione o possibilità di fuga da una realtà che si va auto componendo sotto la spinta di comportamenti che all’occorrenza infrangono o creano le regole. E così per costruire un villaggio turistico si occultano reperti storici, per non andare in galera si ricorre ai prestanome (in questo caso va bene anche un figlio adolescente e remissivo), per vincere le elezioni si va in una televisione accondiscendente a fare monologhi senza senso, si promettono favori o si comprano i voti. E se neanche questo basta, si può sempre intervenire direttamente nelle urne: nella realtà si direbbero “brogli” elettorali. E Marina di sopra (il fortino di Cetto) proprio realtà non è, ma una versione dell’Italia, e del Sud in particolare, sovraccarica di ecomostri, di tette al vento e di cafoni. In trasparenza però si vede nettamente un uomo (che poi è altro non è che un prototipo) corrotto, volgare, ignorante che accampa pretese superomistiche e si impone (con qualunque mezzo) come classe dirigente. E questo è indubbiamente realtà. Sulla genesi del suo personaggio Albanese assicura (ma ai comici non bisogna mai credere) che Cetto non è Berlusconi. O almeno non solo: “è nato otto anni fa e dovete credermi, con lui non c’entra nulla. Sarebbe stato troppo facile”. Per di più non ha nemmeno un colore politico: “Non è né di destra né di sinistra - scherza - è orizzontale”. Inoltre di sicuro rispetto all’originale Cetto sembra un “ciellino” (definizione di Albanese).
Qualunquemente si lascia guardare (nonostante tutto) volentieri: nella scrittura gli autori e il regista (Giulio Manfredonia) sono riusciti ad andare oltre la pure somma di gag (dato che Cetto nasce per la televisione questo era il rischio) trovando una storia da raccontare, facendone (l’etichetta va presa con le dovute cautele) un film d’azione. Cetto torna a casa dopo quattro anni di latitanza in Sud America con una nuova famiglia al seguito: la bella Cosa e una bambinetta di cui neanche sa il nome. Ritrova il fidato amico e braccio destro Pino e la famiglia d’origine: la moglie kitsch Carmen e il figlio Melo lo aspettano a braccia aperte in una cosa mostruosa tutta ori, pelli animali e vasche idromassaggio. Cercando nella memoria si trova un precedente appropriato: l’inquietante magione di Sandokan a Casal di Principe. Ma non un set costruito allo scopo: è un bed & breakfast alle porte di Roma, di proprietà di un nobile lituano. Al paese gli amici informano Cetto che le sue proprietà sono minacciate da un’inarrestabile ondata di legalità, che diventerebbe per lui mortifera se le imminenti elezioni comunali vedessero come vincitore il pericoloso De Santis. Dopo lunghe e tormentate “riflessioni” in compagnia delle sue amichette, La Qualunque sceglie (e l’espressione nobilitante non è proprio appropriata) di “salire in politica”. Allo scopo ingaggia una spin doctor (Sergio Rubini) e inizia la sua campagna elettorale con lo slogan “più pilu e cemento armato pe’ ttutti”. Inutile dire, date le premesse, come va a finire.





