Venerdì, 10 Dicembre 2010 11:01

Henry - Recensione

Scritto da 

Premio del pubblico al TFF 2012, il terzo film di Piva è un noir feroce e grottesco, nonchè una storia di azione e introspezione

Nina è un’insegnante di aerobica, una brava ragazza anche se fragile nei rapporti e per questo frequenta persone sbagliate. È fidanzata con Gianni, un ventenne immaturo e tossico.  Tra i loro amici c’è anche Rocco, un ex fotografo cinquantenne anche lui con problemi di droga, un tipo senza scrupoli che pur di avere la “roba” farebbe qualsiasi cosa. I due ragazzi si trovano all’improvviso coinvolti in un duplice omicidio maturato negli ambienti dello spaccio e Gianni, benché innocente, viene arrestato. Le indagini vengono condotte da una strana coppia di poliziotti, nemici per fatti personali ma ora costretti a lavorare insieme.


La storia - anzi le storie, dovremmo dire, perché si tratta di vicende che si intrecciano - si svolge principalmente nel quartiere di Torpignattara, a Roma, in un’area ristretta chiamata Acqua Bullicante, dove vivono molti immigrati dediti alla criminalità e allo spaccio. Esplodono guerre tra bande di africani, mafiosi e camorristi per piazzare sul mercato “Miss Henry”, ovvero l’eroina. I due ingenui fidanzatini rimangono incastrati nella torbida vicenda ma tutto, molto presto sarà chiarito. Le bustine di brown, Miss Henry, così chiamano i pusher inglesi e americani la “droga dei poveri”, così la definisce Bob Dylan in alcune sue canzoni (mentre Charlie è la cocaina) sono solo il pretesto per raccontare vite balorde. 


Henry ha vinto il premio del pubblico come miglior film della rassegna, era l’unico lungometraggio italiano in concorso al ventottesimo Torino Film Festival. E forse non meritava di più. L’autore è il barese Alessandro Piva (il regista di La capa giraMio cognato), che per la sua terza opera si è autoprodotto rimettendoci di tasca sua (e ora reclama, giustamente, una distribuzione adeguata nelle sale italiane). È un noir feroce e grottesco, un film d’azione e introspezione tratto dal romanzo omonimo di Giovanni Mastrangelo.  Più che sulla trama, dalla doppia lettura, il regista ha puntato sui caratteri dei personaggi. Una sfida rischiosa. Ecco perché ha scelto di farli parlare attraverso “monologhi in camera”, dall’impronta teatrale dove ognuno di loro viene inquadrato in un primo piano che tenta di metterne a nudo l’anima. Ma il lavoro, dal punto di vista narrativo e tematico, è a metà strada tra un vaghissimo pulp alla Tarantino e una fiction televisiva.


Bravo Michele Riondino (sarà presto sul piccolo schermo per interpretare il commissario Montalbano da giovane) nella parte del ragazzotto Gianni. E anche la bella Carolina Crescentini, si è trovata a suo agio nei panni di Nina. Dino Abbrescia è Martino, con la coppola in testa e lo sguardo truce alla Mario Merola di Guapparia, un killer dai tratti volutamente improbabili e grotteschi. Da rimarcare anche l’interpretazione del commissario Silvestri opportunamente affidata a un grande del teatro italiano e delle fiction tv, Claudio Gioè.



doppioschermo

Questo sito web non rappresenta una testata giornalistica perchè viene aggiornato senza alcuna periodicità fissa. Non può quindi considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. Tutti le immagini usate in questo sito sono copyright dei rispettivi proprietari e concesse gratuitamente.