Martedì, 30 Novembre 2010 23:32

Les signes vitaux - Recensione

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Dopo la morte della nonna, la giovane Sìmone tornata a Quebec City  per stare al suo capezzale,  decide di non frequentare più l’università di Harward

E’ scossa da quell’esperienza traumatica che l’ha messa di fronte al senso della propria vita e alla inesorabilità della morte. Si dedica perciò all’assistenza dei malati terminali in una casa di cura. E lo fa a tempo pieno, senza risparmiarsi, con tutta se stessa. La ragazza rischia anche di perdere, per questo suo spasmodico impegno, il fidanzato Boris che si sente trascurato. Non solo, Sìmone è talmente presa dal suo compito che si spinge fino ad assecondare i pazienti anche nei loro desideri più intimi: una dose di morfina oltre il consentito, che faccia cessare prima del tempo le loro atroci sofferenze. Così è stato con l’anziana signora Mireault (che a un certo punto le dice: “Invecchiare non è un dramma, ma una farsa”), e forse anche con altri ospiti dell’istituto. Si tratta solo di altruismo e generosità oppure ci sono altre ragioni? Sulla decisione della giovane donna pesa una sua drammatica e segreta menomazione fisica: ha perso le gambe in un incidente stradale occorsogli da piccola ed è costretta ad usare delle protesi che mimetizzano bene la mancanza degli arti. Forse perché pensa a quando lei avrà bisogno di essere accudita, forse perché crede che il dolore legato alla sua condizione non potrà mai essere alleviato, Sìmone si accorge di essersi ripiegata su se stessa e sui propri limiti: vorrebbe un giorno per sé quello che lei fa agli altri. Ma un medico del centro, il dottor Luc Richard, si accorge della simbiosi creatasi tra la ragazza e i pazienti e di alcuni rapporti poco chiari tra di loro: così vieta a Sìmone, anche per il suo bene, di  continuare a svolgere il volontariato nella clinica. Nel frattempo anche Boris, non accettando più di essere rifiutato in questo modo, convince la fidanzata a riflettere sulla sua improvvisa vocazione che forse nasconde soltanto la paura di affrontare le proprie fragilità. Tra i due sembra tornare il sereno ma un giorno, mentre viaggiano in automobile insieme, con Sìmone al volante, il veicolo sbanda a causa del ghiaccio e finisce fuori strada con una terrificante carambola. Per fortuna tutti e due escono illesi dall’abitacolo e, passata la paura, si abbracciano teneramente. Ora per Sìmone la vita può ricominciare senza finzioni e moralismi.

In questo suo secondo film, la trantasettenne regista canadese Sophie Deraspe tocca le corde più sensibili dello spettatore con una storia d’amore cruda e sferzante. Dimostrando coraggio nell’affrontare temi scottanti come la condizione degli anziani, la morte, il dolore, l’eutanasia. E riesce a non prendere una posizione, a mantenere un equilibrio su tanti interrogativi lancinanti, lasciando le risposte al pubblico. I segni vitali è un film intimistico che non rifugge dal sociale. La protagonista Marie-Héléne Bellavance è un’attrice esordiente e non professionista che fa ricorso al suo vissuto personale per caricare il personaggio della giusta intensità, così la macchina da presa guidata dalla Deraspe può catturare meglio i particolari, le espressioni del viso e del corpo di Sìmone, mostrato nella sua bellezza e scabrosità, anche nei momenti più intimi, senza remora alcuna. Convincente anche Francis Ducharme nel ruolo di Boris. Il film ci è apparso, comunque, un po’ cupo, anche quando poteva non esserlo. Solo alla fine risulta “illuminato”, dalla distesa neve sulla quale i due fidanzati si abbracciano dopo l’incidente, e dalla canzone “A domani” in cui si esibisce l’infermiere della clinica durante i titoli di coda. Meglio che niente. La speranza c’è.

doppioschermo

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