L’assenza soltanto accennata dei genitori di Najla e l’opulenza corrotta dell’azienda di famiglia, con uno zio sodale del potere, non fanno che ostacolare la devozione alle promesse condivise un tempo con Sherko, ritrovato e poi perso in una spirale dove nulla sembra più insopportabile della distanza da uno spirito gemello. Alle spalle, evocato da una musica quasi recitativa, composta ed eseguita dall’Orchestra di Piazza Vittorio, si leva un primo lamento ventennale a memoria dello sterminio inflitto al popolo curdo dall’operazione irachena Al Anfal (ispirata cioè al versetto coranico che predica la punizione degli infedeli). Migliaia i civili uccisi, come le connivenze ai tempi del conflitto con l’Iran del 1988, data in cui tutta la vicenda si svolge. L’abnegazione di Najla e la sua bellezza, ragione dell’amore ossessivo di Mokhtar(Mohamed Zouaoui), membro dell’esercito e promesso a una carriera di successo nel partito nazionale, non fanno che innescare una corrente di fughe, barbarie e sacrifici di vite che condannano Sherko alla prigionia.
Gli occhi di Najla non smettono di inseguire tracce fiutando il veleno di corruttori e carnefici. Accetta di collaborare con gli affari interni e sfrutta il talento di medico per fingere malattie inesistenti o procurarne di altre più leggere per trattenere e salvare donne e bambine curde scaricate come greggi dai camion. I loro nomi scorrono su rotoli che Najla nasconde in garze, finché l’effetto collaterale della sua bellezza non si rende indispensabile a riportare indietro Sherko e passare il confine.
Come per l’ostinazione tragica di Mokhtar, mai amato e sfruttato pur docilmente, così è inverosimile attribuire la vittoria del conflitto ai suoi giusti. E perché davvero Sherko possa leggere ancora nello sguardo di Najla il fiore di versi unici, ogni vergogna dev’essere lavata a costo del pegno di se stessi. Fariborz Kamkari, regista e sceneggiatore curdo nato in Iran, riesce a declinare con intelligenza storica, osservazione e ritmo occidentali l’espressione orientale dello sconfinare, inteso sia come fatica terrena e spirituale di un popolo mai riconosciuto, ma soprattutto come difesa dell’amore purificato e di una predestinazione femminile al coraggio. Non lontani gli echi di quel cinema neorealista che alle stragi della guerra opponeva il grido delle madri rimaste sole a correre dietro i carri: per Najla la perdita di sé corrisponde alla salvezza dell’amato, il tutto cui la landa di Kirkuk dal buio si risveglia tra le braccia del giorno.




