Mercoledì, 10 Novembre 2010 12:35

Stanno tutti bene - Recensione

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Una commedia dei buoni sentimenti e dai toni drammatici

Un inno alla famiglia che il “relativismo” di oggi vorrebbe distruggere. La sceneggiatura è agile, asciutta, con qualche pennellata di inevitabile retorica. Insomma, i 100 minuti di pellicola scorrono bene, nonostante il tema “tagliente”: la differenza tra verità e illusione nei rapporti tra genitori e figli. Il regista britannico Kirk Jones (Svegliati Ned e Tata Matilda) è riuscito a fare un buon remake del famoso film di Giuseppe Tornatore presentato al Festival di Cannes del 1990 che portava lo stesso titolo, Stanno tutti bene (Everybody’s fine). La storia, nella sostanza, è la medesima: cambiano solo i contesti, l’epoca e, ovviamente, i protagonisti. Il vedovo che cerca di riunire a tutti i costi i suoi cari è interpretato qui da Robert De Niro, che non fa certo rimpiangere l’intenso e commovente Marcello Mastroianni, geniale protagonista del film di Tornatore. Stavolta il padre premuroso si chiama Frank Goode (anziché Matteo Scuro), è un ex operaio di un’azienda dei telefoni e soffre di fibrosi polmonare. Da otto mesi ha perso la moglie e adesso vive da solo. Per recuperare il rapporto con i quattro figli, ormai grandi e lontani, ha deciso di invitarli a trascorrere il week-end da lui. Così Frank, in vista del grande avvenimento, si mette a tosare l’erba del giardino e a pulire casa. Va al supermercato e compra per i suoi “bambini” (così ancora se li immagina) tenere bistecche, buon vino e persino un nuovo barbecue. Ma rimane ben presto deluso: i ragazzi, che vivono in quattro città diverse degli Stati Uniti, a uno a uno declinano l’invito per sopraggiunti impegni. Almeno così dicono. Ma il papà non si arrende: se i figli non lo vanno a trovare, sarà lui a farlo anche se dovrà attraversare tutta l’America. Il medico però lo sconsiglia di prendere l’aereo: le sue condizioni di salute non glielo permettono. Frank decide allora di spostarsi con il treno e l’autobus. E così parte, alla ricerca dei figli che ritiene “perduti”. A Detroit c’è David, il ragazzo più “difficile” della cucciolata che di mestiere fa l’artista. Frank si reca a casa sua ma lui non c’è: lo aspetta invano per tutta la notte e capisce che qualcosa di grave è successo. I fratelli sanno che David è in Messico e che si trova nei guai per droga ma si guardano bene dall’avvertire il padre, per non farlo preoccupare. E David poi morirà. A New York vive Emy, un «pezzo grosso della pubblicità». Basta un solo giorno a Frank per scoprire che la figlia non è felice: il marito l’ha lasciata e il figlio non è così bravo a scuola come raccontava alla nonna. Robert, invece, si è trasferito a Chicago: al padre aveva detto che dirigeva un’orchestra. In realtà suona solo i timpani. A Las Vegas, infine, c’è Rosie, anche lei ha mentito al papà: non fa la ballerina all’hotel Bellagio ma la cameriera in un pub e il grande appartamento nel quale ospita il genitore se l’è fatto prestare da un amico. Per di più, Frank scopre che la ragazza è lesbica e ha avuto un figlio da un rapporto occasionale. Insomma, tutti sono bugiardi per il suo bene, per non dargli un dispiacere, per non deluderlo dopo tanti sacrifici affrontati per farsì che i figli “stessero bene”. Dopo un infarto in cui Frank ha rischiato di andare all’altro mondo il suo sogno però si realizza e finalmente, a Natale, riunisce figli e nipoti accanto a sè. Adesso sì che stanno tutti bene. Nonostante il lieto fine, il film lascia l’amaro in bocca. La menzogna è sempre in agguato, anche tra gli affetti più cari, e rischia di distruggere definitivamente le speranze e le certezze di una vita. Jones è bravo a descrivere anche la condizione degli anziani: soli e in balia della violenza del mondo. «Se stringi la mano a qualcuno dopo devi contare se le cinque dita ti sono rimaste» confida un vecchietto incontrato da Frank in un pub durante uno dei suoi tribolati viaggi alla ricerca dei figli perduti. Così va il mondo. Ma la speranza non muore mai.

doppioschermo

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