Tecnicamente il film non si può definire deludente, soprattutto considerati gli standard dell’animazione nostrana. Persino il 3D, che in questi ultimi mesi sta subendo un abuso ingiustificato a livello internazionale, qui sembra avere quasi un suo perché più che in altre pellicole. Ciò che non convince del film è più legato all’universo delle Winx in generale e a tutti quegli aspetti per cui il grande schermo – e ancor di più l’altisonanza della tridimensionalità – fa da lente d’ingrandimento piuttosto che da lima. Il buonismo insistito ed insistente di Winx Club – Magica avventura, unito al sottofondo quasi martellante di smielate canzoni pop e dance senza soluzione di continuità, rende la visione di una pesantezza estrema. La patina coloratissima ed il manicheismo estremo e semplicistico rendono qualunque sviluppo del tutto prevedibile e poco interessante, quasi più dei peggiori polpettoni disneyani: non per nulla, a dispetto della presunta originalità della creazione di Straffi - peraltro più volte ingiustamente vantata -, le Winx sono nate come copia più fortunata delle precedenti W.I.T.C.H. di casa Disney Italia. Le ragazzine del Winx Club, perennemente alla moda, superficiali, “fidanzatissime” (come ci tiene a precisare fin dall’inizio la voce narrante), dalla forma fisica anatomicamente ideale e dall’abbigliamento supersexy, sono fra le peggiori mortificazioni commerciali della figura femminile mai diffuse da un mezzo tanto innocuo come il cartone animato. E dalla tradizione animata nipponica, alla quale pure Straffi si è ispirato, le Winx non hanno preso il mordente, la complessità e – ebbene sì – l’ambiguità morale, che avevano reso i cartoni giapponesi tanto interessanti (e a volte anche temuti) negli anni precedenti al loro approdo televisivo.
Tenetevi pure queste maghette plastificate, perfette e imbevute di melassa. Noi preferiamo riguardare una qualunque puntata di Sailor Moon. Piuttosto




