
Ha fatto incetta di premi all’ultimo Festival del Cinema di Berlino lo scorso febbraio, sbancato il botteghino in Francia e ora si presenta fuori concorso al Torino Film Festival. Si può dire perciò che Welcome, in Europa, sia ben arrivato; ma il titolo del film, che vuol dire Benvenuto, insinua subito il dubbio che quello della storia non sia affatto un clima di festosa accoglienza. Il protagonista è un ragazzo curdo iracheno, Bilail, interpretato da Firat Ayverdi, che, in fuga da tre mesi, arriva a Calais, sulla costa settentrionale della Francia, con la speranza di raggiungere l’Inghilterra: la sua terra promessa, quella dove gioca il Manchester United e dove vive la ragazza che sogna di sposare. Ma lui, a Calais, è tutt’altro che benvenuto, e come lui tanti altri emigranti, curdi, iracheni, afghani, che vivono in attesa di passare la Manica: non vengono espulsi perchè i loro paesi di origine sono in guerra, ma accoglienza non è esattamente il trattamento che gli viene riservato. Attraversare quella manica è l’unico obiettivo di Bilail, e il piano è di provarci a nuoto: non ha altra scelta. Questo piano lo porta ad incontrare Simon (Vincent Lindon), un insegnante di nuoto frustrato, un po’ rude e inizialmente diffidente, ma che alla fine sposerà la causa del giovane curdo e tenterà di aiutarlo nell’impresa sfidando persino la legge. Sì, perché in Francia, ed è questo il risvolto di denuncia del film, un cittadino francese che dovesse dare ospitalità e aiutare un clandestino é passibile di detenzione. Simon e Bilail sono i due binari della storia, due storie parallele, come spesso succede nei film, il dramma più eclatante aiuta a mettere a fuoco quello più intimista, il naufragio del ragazzo in fuga da una vita senza futuro svela e amplifica il naufragio della vita di un comune cittadino, che non può non fare i conti con la sua “miserabile” esistenza: Simon lavora senza entusiasmo, si trascina nella sua stanca quotidianità priva di sogni; ha lasciato che la donna che amava, Marion, interpretata da Audrey Dana, si allontanasse da lui, senza nemmeno attraversare la strada per provare a fermarla; Bilail non ha niente, ha solo 17 anni, fa parte di una minoranza etnica e viene da un paese in guerra; lui sarebbe quasi legittimato a vivere stanco, senza speranze, e invece il sogno, il desiderio di un futuro diverso lo motivano e lo animano: per Mina, la ragazza che ama, è disposto a tutto; per lei deve riuscire ad attraversare quel canale maledetto. Il rapporto tra Simon e Bilail è scandito da dialoghi brevi, spesso bruschi; il loro incontro nasce da un’esigenza concreta: imparare a nuotare bene, che fa 30 euro l’ora; poi il rapporto cresce di intensità, negli sguardi, nei gesti e nell’azione comune ma senza il bisogno di spiegare niente; non ci sono questioni di principio o battaglie ideologiche in ballo; Simon non vuole salvare il mondo, vuole solo aiutare Bilail e forse aiuterà sé stesso a ritrovare il senso del sogno e della speranza.