
Santina (Italia, 2009, 78'). Regia e Sceneggiatura: Gioberto Pignatelli; Soggetto: liberamente tratto dal romanzo di Elsa Morante La Storia; Fotografia: Piero Basso; Montaggio: Danilo Torre; Scenografia: Salvo Ingala; Costumi: Nina Danelon; Suono: Giuseppe D'Amato; Personaggi e Interpreti: Diego Guerra (Nello D'Angeli), Monica Perozzi (Santina), Matteo Lolli (Davide Segre), Iaia Forte (la madre di Nello), Antonio Di Matteo (l'amante della madre), Giuseppe Marzio (il ragazzo pestato), Alessandro Lori (cameriere di osteria); Produttori: Marco Federici Solari e Gioberto Pignatelli.
La Storia c'è. Siamo nei quartieri popolari di Roma nell'immediato Dopoguerra. Nello D'Angeli, in seguito a un angoscioso periodo vissuto in collegio, "passa gran parte dell'anno in carcere, entrando e uscendo". Quando è fuori, diventa il protettore di Santina, detta "la fettona" per i suoi grandi piedi. E' una donna sopra i quarant'anni, brutta e menomata (le manca un seno), possiede "un corpo vecchio e sgraziato", fa la prostituta. Vuol bene al suo giovane e violento sfruttatore, nonostante il trattamento che le riserva. Nello, infatti, pretende sempre che lei le consegni tutti i soldi che guadagna, fino all'ultimo spicciolo: lo ha imparato dalla madre, che faceva lo stesso con lui. Il ragazzo si chiude nell'enigmatico e morboso rapporto con la donna, riuscendo anche ad amarla con sincerità. Finché un giorno, in preda a un raptus, non la sgozza con un paio di forbici. Il ragazzo viene arrestato per omicidio. Qualche mese dopo arriva a Roma Davide Segre, un ebreo che aveva conosciuto la prostituta prima di fuggire dalle persecuzioni antisemite. Il giovane prende in affitto il povero stanzone di Santina, un luogo che mostra ancora i segni del delitto e della squallida vita che vi si svolgeva.
La vicenda di Santina è estrapolata dal romanzo La storia, di Elsa Morante, capolavoro della letteratura europea. Sono pochi, però, i "fogli" del corposo libro che raccontano della prostituta e del giovane magnaccia: Gioberto Pignatelli ci ha fatto un film dalle evidenti atmosfere pasoliniane alternando il bianco e nero al colore. La struttura narrativa, che denota una gracile sceneggiatura (ma è un fatto voluto?), viene sostenuta spesso da frasi tratte dal libro, scritte sui corpi nudi degli attori, sui muri, sulle porte, come fossero didascalie ad uso dello spettatore. Discutibile, secondo noi, il frequente ricorso a disegni animati che interagiscono con i personaggi: può aiutare a rendere meglio la dimensione onirica del film ma rischia di rompere i ritmi del plot. Risulta felice, però, la scelta, come colonne sonore, di un brano della Carmen di Bizet e della canzone Amore che vieni, amore che vai, di Fabrizio De André. Ardua operazione, comunque, dare corpo ai personaggi del grande, e discusso, romanzo della Morante senza stravolgerlo.