Nessuno sa raccontare l’insensatezza della guerra meglio di un figlio dei Balcani: da Kusturica a Tanovic quando cadono le bombe è tutto un tango, una festa di matrimonio e una ricerca di animali da compagnia smarriti fra le macerie, come nella scena dello zoo di Underground. Certo a questo Cirkus Columbia, ultimo film del bosniaco Denis Tanovic, in sala da domani 27 maggio, manca un po’ di quella caotica, vitalistica e circense visionarietà che fa del collega serbo un degno erede di Fellini, ma il messaggio è chiaro comunque: la guerra è così immotivata che al suo arrivo, probabilmente, ce la staremo spassando alle giostre.
Stavolta Tanovic non racconta il conflitto come in No man’s land, né ciò che è seguito, come in Triage, ma la vigilia, quando ancora s’era convinti che nessuno si sarebbe mai sparato addosso. Quando Divko Buntic fa ritorno nella Bosnia-Erzegovina nel ’91, dopo 20 anni di esilio in Germania, con tanti bei soldoni, una Mercedes rosso fiammante e una futura attraente nuova moglie, ebrei, cristiani e musulmani erano ancora tutti uguali e la politica non più che una mostrina da sostituire sul berretto dei militari. I rapporti umani erano ancora vincenti (tanto che dopo aver aiutato Divko a sfrattare l’ex moglie e il figlio Martin, il sindaco è costretto dalle pressioni dei concittadini ad aprire per loro le porte di una casa del Comune), ma tutto stava già per cambiare: non solo il destino politico della ex Juguslavia, ma anche le vite della gente. A inoculare il virus dell’imprevedibile nella comunità è un gatto nero (altro simbolo abusatissimo dalla cinematografia balcanica) di nome Bunny, che scappa nottetempo dalla finestra della mansarda di Divko. L’ex esule, disperato, fissa una ricca ricompensa e sguinzaglia sulle sue tracce la dolce e spaesata compagna e l’altrettanto mite Martin, il “verginello”, spianando la strada a una tenera relazione fra i due. Il felino riapparirà su un albero in una scena gustosissima, quando la priorità per i due “cacciatori” sono decisamente altre, per poi tornare a chiudere il cerchio e a ricomporre l’equilibrio mentre il polverone della guerra, sullo sfondo, annuncia una nuova e ben più grave rottura.
Ma la guerra non è qui che un pretesto, almeno quanto il gatto, per far prendere l’abbrivio, arrestare o deviare la giostra sentimentale: s’annuncia sotto spoglie improbabili, come effetto collaterale di inspiegabili cambi di casacche (vedi l’arruolamento dell’amico di Martin, delle cui tendenze politiche non s’hanno avvisaglie per tutto il film, nel gruppo paramilitare pro-Croazia). Cirkus Columbia è invece soprattutto, per stessa volontà del regista, un bel “film d’amore”, scritto a quattro mani dallo stesso Tanovic con Ivica Djikic, autore anche del libro. E nonostante la faccia da Walter Matthau del bravissimo Miki Manojlovic e i commoventi occhi materni di Mira Furlan (altri “prestiti” da Kusturica) il vero protagonista è il caso, che ha il pelo nero, un sonaglino al collo e si chiama Bunny.




