Il documentario di Roberto Orazi, nella sua brevità (un’ora ed un minuto), riesce ad affrontare un tema decisamente scomodo e stratificato come quello del commercio degli organi con una intensità e asciuttezza che lo avvicina al proverbiale pugno nello stomaco. Nonostante non abbondino immagini crude e anatomicamente disturbanti, le enormi cicatrici dei donatori – più e meno consapevoli – coinvolti in questo giro riescono a colpire lo spettatore ed a riassumere la drammaticità delle menomazioni legate a queste tremende speculazioni sul corpo. Laddove non si intende stavolta, con quest’ultima espressione, il tema sociale della commercializzazione o strumentalizzazione della bellezza estetica, ma qualcosa di ben più grave e meno “da salotto”.
Il titolo del film, H.O.T. – Human Organ Traffic, è in realtà anche il nome dell’intero progetto di ricerca umanitario legato a questo tema, e che prevede, oltre all’uscita del film in sala, anche la pubblicazione di un libro nonché un’iniziativa di aiuto concreto sul territorio.
Il panorama tracciato dalla pellicola abbraccia paesi, ruoli e motivazioni differenti. Si parla dei donatori e dei compratori, toccando Nepal, Sud Africa, Israele, Brasile, e tanti altri paesi coinvolti in tutto il mondo, dove le vittime a volte non si sentono del tutto vittime mentre i carnefici non si sentono praticamente mai carnefici. Si intervistano trafficanti, donatori e persino i mediatori che mettono in contatto domanda ed offerta di questo bieco mercato. Si affrontano le responsabilità della polizia locale, delle strutture ospedaliere e perfino quelle sul controllo e la legislazione statale. E dal quadro generale emanano sconforto ed impotenza, esattamente come per altri temi duri e di difficile soluzione che attanagliano la contemporaneità.
In realtà nel film si parla soprattutto del commercio di reni, con testimonianze (e perfino ricostruzioni) di potenziali ed attuali donatori. L’analisi della fenomenologia più estrema, come il rapimento o l’omicidio – anche “medico” – ai fini di espianto e vendita di altri organi viene solo sfiorata. Sebbene sarebbe interessante, magari in futuro, poter dedicare un approfondimento anche a questo ulteriore aspetto della faccenda, se vogliamo persino più agghiacciante.
In definitiva H.O.T. è un buon prodotto, accompagnato peraltro da musiche intense ed inquietanti, ben conformi sia allo stile che al tema del documentario. E l’immagine finale, con il primo piano sull’unica anima apparentemente salva(ta) di tutto il carosello apparso nell’ora precedente, restituisce un vago senso di speranza che non annulla affatto la gravità e la quasi impossibile insormontabilità del problema.




