
Documentario in due parti, di durata più o meno uguale. La prima è American Boy, uno dei lavori più misconosciuti di Scorsese, risalente al 1978 e rimasto nell'ombra per tre decenni (oggi lo si trova comunque in versione integrale su Youtube e su Google Video), sollazzo per pochi cinefili: qui Marty s'intrattiene per circa dodici ore consecutive con Steven Prince, road manager, attore, delinquente, eroinomane, cavandone fuori aneddoti memorabili che si limita a selezionare e montare senza tagli, lasciando totalmente la scena al suo amico. La seconda parte è American Prince, diretta da Tommy Pallotta, che trent'anni dopo va a scovare il vecchio Prince e lo intervista per circa cinque ore insieme a Richard Linklater (cultore del documentario originale, che gli ha ispirato una scena dell'avveniristico Waking Life), riprendendo in un certo senso il discorso interrotto da Scorsese e riannodando i fili col passato. Uno dei momenti più alti del Festival di Roma 2009; un documentario straordinario in cui la magia del cinema (prima interessare, poi intrattenere, poi emozionare) è raggiunta nel modo più primitivo e anti-spettacolare possibile, lasciando un uomo per due ore a parlare di memorabili fatti suoi senza mai staccargli la camera di dosso. Steven Prince è protagonista assoluto e nelle sue parole si riflettono ovviamente piccoli e grandi episodi di un'epoca che a fine pellicola ci sembra di conoscere alla perfezione: la New York difficile degli anni '60, i primi lavoretti, gli spacciatori, l'eroina, il rock 'n roll, l'eroico cinema degli anni '70. Impossibile e ingiusto dover fare una cernita delle schegge più divertenti ed interessanti, anche se il racconto del 4 luglio in barca e il dietro le quinte del cammeo in Taxi Driver valgono da soli la presenza in sala. Più di ogni altra cosa rimane impressa la scorza da uomo vero del protagonista, un vero personaggio "larger than life" che col passare dei minuti assume, senza destare scandalo, anche lo spessore per impartire una morale profondamente scorsesiana: si può aver commesso gli errori peggiori del mondo ed essere sprofondati fino all'abisso (in uno dei momenti più raggelanti del film, Prince non fa mistero di aver ucciso un uomo con sei colpi di 44 Magnum, sia pure per legittima difesa), ma se si ha l'onestà intellettuale di riconoscerlo e farne tesoro c'è sempre una possibilità di redenzione. Apparentemente identici come stile di regia e struttura filmica, tra i due documentari c'è una netta differenza: la seconda parte è una semplice chiacchierata con un montaggio accattivante che la rende dinamica (ad esempio l'alternanza tra il racconto di Prince della siringa di adrenalina e l'analoga scena di "Pulp Fiction", classica citazione tarantiniana), la prima parte è invece un vero e proprio scavo della personalità, che fa chiaramente intuire i tormenti e l'angoscia giovanile del protagonista in quei tre-quattro secondi di silenzio imbarazzato che seguono quasi sempre al suo eloquio brillante. Chiamiamolo per quello che è: un piccolo capolavoro.




