Doverosa premessa: chi scrive non è propriamente un estimatore di gran parte del cinema proveniente dall'Estremo Oriente (per fortuna non mancano le eccezioni: Kitano, Miyazaki, Park Chan-Wook, a volte Wong-Kar-Wai, Zhang Yimou e Ang Lee quando non fanno propaganda), e guarda generalmente con diffidenza all'infornata di opere cino-giappo-coreane che da più o meno un decennio sbarcano in tutti i principali festival europei, accompagnate dalla fastidiosa sensazione di essere lì come atto dovuto, come obbligatoria concessione-tassa da pagare alla causa del Far East, diventato nel frattempo così cinematograficamente à la page. A voler essere cattivi - ed è il caso di esserlo con questo Qingnian (gioventù) -, talvolta si ha l'impressione che i direttori artistici dei Festival inseriscano queste pellicole a scatola chiusa, come se un'occhiata al passaporto bastasse da sola a giustificarne la presenza in concorso. Detto questo, si potrebbe anche essere indulgenti con i temi e i contenuti del film, che il 32enne regista Gen Jun sviluppa in linee abbastanza generali ma con sincera onestà e convinzione: oltre ad avere valore documentaristico sui giovani cinesi al giorno d'oggi, contiene una riflessione contemporanea sulla società cinese e sui profondi cambiamenti di cui essa ha risentito con l'arrivo della modernità, della tecnologia, del progresso. Telefonini e computer sono onnipresenti e il denaro domina su ogni cosa, influenzando pesantemente le relazioni inter-personali e giocando un ruolo decisivo nei destini di ogni protagonista; un punto di vista per nulla convenzionale, considerate le difficoltà degli intellettuali cinesi di opporsi oggi al pensiero unico che impera in patria. I nodi vengono purtroppo al pettine se si passa a tutto il resto: una sceneggiatura ripetitiva, mezzi tecnici poveri e male impiegati, l'inesorabile conferma di tutti i deteriori stereotipi su certo cinema orientale, alcune imbarazzanti sequenze che vorrebbero essere drammatiche (il suicidio di Liu Jincai, la rissa, la morte di Tieying) ma sono messe in scena in modo tanto inverosimile da sconfinare nel ridicolo. Dalla mezz'ora in poi il film non esiste più, si sfilaccia maldestramente, perde per strada pezzi e personaggi, non ha che il respiro corto delle singole sequenze che in nessun modo sono legate tra loro; il montaggio è inesistente, i dialoghi probabilmente improvvisati, il resto è amatoriale. E' d'obbligo appellarsi alla buona fede delle commissioni selezionatrici, ma cos'ha d'interessante un'opera del genere? Come non ascoltare le maldicenze di chi sospetta che molti festival sono oggi costretti a dare comunque asilo politico ad almeno un paio di film orientali a rassegna in nome del politically correct? Fa male ascoltare, durante la proiezione, gli sghignazzi irrefrenabili di gran parte di una sala semideserta: sono rumori spiacevoli per chiunque ami il cinema, ma il film è sotto gli occhi di tutti. Si riaccendono le luci e in testa non rimane che un interrogativo, secco e brutale: perché?




