- Scritto da Gabriele Mastroianni
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Educazione siberiana - Recensione
Un film ambizioso e dal sapore internazionale segna il ritorno dietro la macchina da presa di Gabriele Salvatores
L'ultimo film di Gabriele Salvatores rispecchia il tentativo del cinema italiano degli ultimissimi anni di ritrovare una sua dimensione più internazionale. Ed è infatti sicuramente un progetto ambizioso quello di Educazione Siberiana; per diversi motivi.
Il primo è dovuto alla scelta di un cast internazionale, capitanato da un grandissimo John Malkovich. L'attore statunitense, che rappresenta il ponte ideale fra l'attore teatrale e quello holliwoodiano, in questo film, con tutta la sua abilità, si trasforma in un nonno putativo che insegna a due bambini le regole (a)morali di una educazione, siberiana, alla vita e alla morte.
Un altro rischio è stato il prendere un tema a noi molto lontano, che assolutamente non ci tocca, e che è anche largamente storicizzato e non attuale. Lontano quindi cronologicamente e sentimentalmente. La crescita di due ragazzi in una Russia pre e post caduta del muro di Berlino e sfaldamento dell'Unione Sovietica.
Inoltre il film è girato in inglese; all'estero, in Lituania; anche a meno trenta gradi. Con tutte le difficoltà che da questo sono derivate. Ma come ci ha raccontato Salvatores con un pizzico di ironia, ad esempio "il condizionamento fisico ha avuto effetti molto positivi sugli attori". D'altronde questo è un film molto fisico. I corpi, la pelle, sono il foglio dove ci è scritta la nostra vita. Come dicono i protagonisti e come dice Lilin. Ecco, Lilin.
Last but not least, il film è tratto da un best seller, anche particolarmente contestato per la sua veridicità storica, di Nicolai Lilin. E come tutti questi casi si porta appresso il pubblico del libro. Che in buona parte scontenterà.
Infatti, venendo al film, Salvatores nel raccontare la formazione e la crescita dei due ragazzi sfrutta non a pieno la violenza e la potenza visiva delle pagine tatuate del libro. I tatuaggi di Malkovich sono meravigliosi, ma non ci descrivono nulla della vita di Nonno Kusja, stanno là semplicemente a simulacro di qualcosa che immaginiamo, ma che fatichiamo anche a immaginare. Salvatores fa parlare Kusja quasi solo con le parole ( e per assurdo è un errore). Parole magnifiche e imaginifiche, che rimarranno sicuramente come punti di alto di cinema, ma al quale mancano un contraltare di pratica. Insomma tanta teoria, ma zero pratica. Anche fra i personaggi che popolano Fiume Basso, nel sud della Russia (teoricamente in Transnistria) dove vive la comunità Urka (violenti siberiani deportati lì anni addietro da Stalin, di cui fanno parte i protagonisti del film) ne mancano all'appello parecchi che Lilin invece descriveva con minuzia. Salvatores stesso ha detto che per regole di tempo non ha potuto metterli dentro. Anche se francamente avrei preferito una digressione più lunga, sui personaggi, sulle loro psicologie, o sugli usi e i costumi di questa comunità e di questa realtà violenta piuttosto delle decine di minuti melodrammatiche presenti nella seconda parte del film. Infatti parlando di cosa non va nel film bisogna dire che Salvatores fallisce nel voler mettere da parte la violenza (rifiutando in parte un confronto con Cronenberg) per fare spazio ai buoni sentimenti. Precisiamo, siamo tutti a favore dell'amore piuttosto che la guerra, ma non so quanto in questo caso sia stata la scelta corretta. L'incontro dei due giovani protagonisti con quella che i siberiani chiamano una "voluta da dio" cioè una (bellissima) ragazza demente, porterà a uno scontro. Duello preannunciato dall'inizio, vista la differenza, un po' troppo manichea, dei due protagonisti. Ed è questo che mi dà più da pensare; essendo esaltato così tanto il contrasto fra i due giovani sin da subito, preannunciando un conflitto, sarebbe andata bene qualsiasi tipo di motivazione. L'amore, l'onore, la famiglia, il rispetto dei codici, un saluto mancato o un asso nella manica nella pokerata fra amici della domenica sera. Si ritrova nel film un'influenza di Leone (del quale felicemente Salvatores ci ha detto che "è fra i miei punti di riferimento e fra i miei registi preferiti"), soprattutto di quello di "C'era una volta in America", ma anche di Per un pugno di dollari. Visto che Educazione Siberiana è anche in parte un "Eastern" (un western dell'est). Ma lontano da questa eco che arriva piuttosto debole, più forte, molto più forte arriva quella della frase che fa da chiosa al film: "È folle volere troppo. Un uomo non può possedere più di quello che il suo cuore può amare!”. E se Salvatores ama Leone allora è libero di possedere e sfruttare il patrimonio cinematografico del padre degli Western italiani.