Gangster Squad - Recensione

Nonostante il cast di grido e le tematiche Gangster Squad di Ruben Fleischer si rivela un onesto giocattolo senza anima, troppo ancorato ai tentativi di copiare Gli Intoccabili di Brian De Palma

Los Angeles, anni quaranta. Il boss newyorkese Mickey Cohen è il padrone incontrastato della città. Per fermare il suo impero criminale, il capo della polizia Parker decide di mettere su una squadra speciale di poliziotti, autorizzati a tutto pur di fermare il gangster. Letta la trama è chiaro che l’obiettivo filmico principale di una pellicola come Gangster Squad è quello di rifare, aggiornandolo a un’estetica cinematografica odierna, un film leggendario come Gli Intoccabili di Brian De Palma. Forse i realizzatori pensavano che bastasse prendere la storia di uno spietato gangster realmente esistito e dei valorosi poliziotti che, operando di nascosto, l’hanno sconfitto, per avere per le mani un’opera mitica. Se poi aggiungiamo anche l’idea commerciale, legittima, di cavalcare questa moda che sta prendendo piede negli Usa del revival del gangster movie d’epoca (si guardi il successo del serial Boardwalk Empire sull’Atlantic City degli anni 30 o del videogioco L.A. Noire) e abbiamo ben presente lo spirito con cui è nato il film. Purtroppo la pellicola diretta da Ruben Fleischer (Benvenuti a Zombieland, 30 Minutes or less), anche se non priva di argomenti per ottenere un importante successo di pubblico, è un’operazione clamorosamente confusa e mal riuscita. Anche il film di De Palma (scritto dal grande David Mamet) non era esente da critiche. Visto oggi e spogliato dalla sua aurea sacrale, quell’opera, pur rimanendo un lavoro registico di alta scuola e conservando il suo innegabile fascino, a livello concettuale non è invecchiato benissimo.  In quel caso, però, comunque siamo di fronte ad un film che, nel bene o nel male, ha fatto la storia e non a un mero e fine a se stesso giocattolo per box office.  

Gangster Squad, dunque, è una pellicola priva di anima appesantita anche da interpretazioni non convincenti. I problemi più grandi, infatti, arrivano da un cast, sulla carta perfetto, ma che nella pratica si dimostra spaesato e poco convinto. Mettendo da parte le riflessioni sui personaggi (troppo piccoli e mal tratteggiati) di mostri sacri come Nick Nolte o Jason Patrick e di stelle nascenti come Michael Pena e Sullivan Stapleton, non resta che concentrarsi sui quattro protagonisti. Se Ryan Gosling sembra il meno coinvolto emotivamente nel film e, sempre con fascino, si diverte a fare il verso alla propria parodia di bullo affascinante e misterioso, Emma Stone per la prima volta è alle prese con un ruolo da femme fatale, visto la sua carriera basata su personaggi più ironici e sfrontati è spesso fuori parte. Josh Brolin, invece, apprezzato come un ottimo caratterista, mette tutto se stesso nella veste di protagonista assoluto ma deve ancora rodare bene il proprio carisma e la propria presenza scenica. A essere davvero incredibile (in negativo) è, però, la performance macchiettistica di Sean Penn come villain principale. Scimmiottando da una parte il Capone sopra le righe di Robert De Niro e il Joe Pesci di Casino ( e non aiutato da un make-up uscito da un fumetto di Dick Tracy), il suo Mickey Cohen è un cattivo colpevolmente superficiale e quasi sempre fastidioso. 

Non convince nemmeno la regia di Ruben Fleischer.  Il suo lavoro in Zombieland era obiettivamente divertente e originale ma qui, purtroppo, si perde tra scialbi tentativi “classicistici” (come a rinnegare un passato più scanzonato) ed esagerate derive da videoclip che troppo ricordano quelle riuscite libertà pop che tanto successo hanno portato al cinema dell’inglese Guy Ritchie.

Insomma Gangster Squad, pur essendo una pellicola che si lascia vedere tranquillamente, non può non essere percepito come un’occasione persa.  Non resta che aspettando che la serie tv di Frank Darabont, sempre incentrata sugli stessi argomenti, faccia maggior giustizia a questa storia la prossima primavera. 

Ultima modifica ilDomenica, 24 Febbraio 2013 17:14
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