Zero Dark Thirty - Recensione

Il capolavoro di Kathryn Bigelow, più che un film patriottico sull’esecuzione di Osama Bin Laden, è una lucida fotografia della caccia all’uomo che ha ossessionato un’intera nazione.

Sono mesi che si sentono tante chiacchiere sopra Zero Dark Thirty. Le polemiche più rumorose sono state, senza dubbio, quelle fatte da chi ha accusato il film e la regista Kathryn Bigelow di essere un’opera a favore della tortura o, addirittura, un film fascista. Ora, senza voler entrare nel merito di queste critiche (dette principalmente da gente che ammette di non aver visto il film) e delle altre, chi scrive vuole togliere subito il dubbio al lettore e dichiarare a grande voce che questa pellicola non è in nessun modo un film a tema. In Zero Dark Thirty, infatti, non ci sono mai né l'auto-compiacimento né l’esaltazione della potenza americana e della sua democrazia “schiacciasassi”. L’ultimo film della Bigelow è, invece, il più sincero e lucido ritratto degli ultimi dieci anni di storia americana, dalla politica estera complicata alla comprensibile difficoltà di metabolizzare e affrontare ancora i fatti dell’11 Settembre.

L’opera, dunque, non ha l’intenzione di prendere una posizione politica e raccontare la vicenda attraverso questa, ma vuole solo mostrare come sono andate veramente le cose durante la caccia all’uomo più importante della storia (il film si basa su una serie d’interviste fatte ai veri anonimi protagonisti della vicenda). Il personaggio principale della giovane agente CIA Maya, interpretata da Jessica Chastain, è il simbolo riassuntivo di tutte le persone che hanno combattuto questa battaglia silenziosa, sacrificando tutti se stessi. Non solo, la protagonista, con la sua ossessiva missione, rappresenta un’intera nazione nella sua lunga e sofferta strada tra la ricerca di una sacrosanta giustizia e una sete irrefrenabile di vendetta. Testarda e spietata, questa “motherfucker” implacabile solo a missione compiuta (e anche qui è encomiabile la decisione della Bigelow di essere ambigua sull’identità del bersaglio finale) la sua armatura mostra qualche crepa. Le lacrime finali e il suo senso di liberazione/perdita sono lo stato d’animo di un intero popolo che adesso è davvero costretto a guardare avanti.

Detto ciò non bisogna scordarsi che Zero Dark Thirty è soprattutto un esempio di grande Cinema. La Bigelow, come già fatto nel precedente The Hurt Locker, dimostra di trovarsi a proprio agio nel genere bellico e l’ultima mezzora, con l’assalto dei Navy Seals al covo di Bin Laden, ne è l’ennesima conferma, raggiungendo dei livelli di tensione, nonostante già si sappia l’esito finale dell’operazione, altissimi.  In più il film oltre a pregiarsi della mostruosa interpretazione di Jessica Chastain (meritatissima la sua nomination all’oscar) mette insieme un cast di contorno di altissimo livello. Tutti gli attori, dal mentore Jason Clarke al direttore della CIA James Gandolfini, passando per Joel Edgerton, Edgar Ramirez e Jennifer Ehle, si mettono, con mestiere, al servizio del film permettendo ulteriormente al personaggio principale e alla sua interprete di essere ancora più forti e incisivi.

Ultima modifica ilMercoledì, 13 Febbraio 2013 13:34
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