- Scritto da Giuseppe Pastore
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Flight - Recensione
Non convince pienamente l'opera che segna il ritorno di Zemeckis al cinema in carne e ossa ma che vale a Denzel Washington una candidatura agli Oscar
Whip Whitaker, pilota d’aereo alcolizzato, diventa un eroe nazionale dopo aver condotto in porto un atterraggio d’emergenza e aver evitato una strage (su 102 passeggeri, ne sono morti appena sei). Il problema è che le analisi non mentono: quella mattina era ubriaco.
Dopo tre lungometraggi animati dalle alterne fortune, il ritorno di Robert Zemeckis al cinema “in carne e ossa” a dodici anni da Le verità nascoste (2000). Opera decisamente insolita nell’itinerario del regista di Chicago, che nella sua carriera ha a lungo prediletto i toni rassicuranti (Forrest Gump, Cast Away, Ritorno al futuro…) e ha sempre battuto con circospezione i sentieri del noir. E’ proprio in questa direzione che va invece Flight, storia di ordinaria contemporaneità nel descrivere il bisogno di eroi positivi (cavalcato specialmente dai media) e il delta che talvolta intercorre tra la realtà idealizzata e quella, appunto, reale.
Finché la sceneggiatura di John Gatins si occupa della vita privata del capitano Whitaker, tutto bene; i guai arrivano quando si avventura nella ricostruzione lacunosa e piena di buchi di un processo affrontato in modo superficiale. Tutta la seconda parte è attraversata da un serpeggiante moralismo e si risolve in definitiva nella classica visita al tunnel dell’alcolismo, argomento su cui Hollywood ha sempre tenuto le orecchie dritte fin dagli albori (ricordate Giorni perduti?).
Commentato da un’incongrua colonna sonora e interpretato con ammirevole "sobrietà" dal 58enne Denzel Washington, gratificato anche da un’inattesa candidatura agli Oscar del prossimo 24 febbraio.